Cari lettori,
questa riflessione nasce dal desiderio sincero di condividere, insieme alle nostre comunità, uno sguardo più consapevole sulla qualità celebrativa delle veglie liturgiche – in particolare quelle di Pasqua e di Natale – che rappresentano i vertici simbolici e spirituali dell’anno cristiano. Non si tratta di una questione estetica o specialistica, ma della percezione stessa del mistero celebrato: perché nella liturgia tutto parla, tutto significa, tutto concorre a manifestare un’unica azione liturgica.

Immaginiamo l’arredo di una Cattedrale

Immaginiamo, per un momento, una Cattedrale arredata in questo modo: al centro del presbiterio un imponente altare barocco, carico di volute, dorature e putti; accanto, un ambone ottocentesco in legno scuro, severo e lineare; lungo le pareti, grandi quadri del Novecento, dai colori accesi e dalle forme sinuose di ispirazione gaudiniana; sopra le navate, vetrate contemporanee astratte, fatte di geometrie irregolari e cromie contrastanti; nell’aula, sedute e arredi liturgici minimalisti in metallo e vetro.

Ogni elemento, preso singolarmente, potrebbe anche essere di pregio, persino di notevole valore artistico. Ma l’insieme che cosa produrrebbe? Non una sintesi feconda, bensì una percezione di discontinuità, una perdita di armonia, un ambiente privo di linguaggio unitario. Lo sguardo del fedele non saprebbe dove posarsi, il simbolo si disperderebbe in troppe direzioni, e la bellezza dei singoli elementi non basterebbe a restituire la coerenza dello spazio sacro. La Cattedrale apparirebbe come una somma di oggetti, non come un organismo simbolico capace di orientare interiormente alla preghiera.

Oppure le portate di un pranzo!

Oppure immaginiamo un pranzo di festa composto da antipasto, primo, secondo, contorno e dolce. La varietà, in sé, è naturale e persino desiderabile, ma all’interno di una medesima tradizione culinaria: sapori che si richiamano, profumi che si accompagnano, consistenze che dialogano tra loro, e persino i vini scelti per accompagnare le portate partecipano a questa coerenza, sostenendo senza sovrastare, armonizzando senza contraddire. È l’unità dell’insieme che permette al pasto di essere percepito come un percorso, pur nella successione delle portate.

Se invece nello stesso piatto trovassimo accostati pesce e carne senza alcuna logica gastronomica, oppure se al termine del pranzo venisse servita una colomba dolce e zuccherata irrorata con una salsa salata, o ancora se alla delicatezza di un dessert si sovrapponessero sapori fortemente speziati e contrastanti, ciascun elemento potrebbe anche essere valido in sé, preparato con cura e tecnicamente riuscito; ma l’esperienza complessiva risulterebbe spaesante. E se a questo si aggiungesse un servizio disordinato dei vini – ora bianco, ora rosso, ora nuovamente bianco senza criterio – l’impressione finale sarebbe quella di un banchetto privo di regia, in cui nulla accompagna realmente nulla. Il commensale avvertirebbe non la gioia ordinata di una tavola festiva, ma una successione incoerente di sapori che non comunicano tra loro e che, invece di esaltarsi reciprocamente, finiscono per neutralizzarsi.

Queste immagini non riguardano semplicemente il gusto estetico o culinario, ma aiutano a comprendere una questione propriamente liturgica: la celebrazione cristiana è un’azione unitaria, nella quale spazio, gesto, parola e suono concorrono insieme a manifestare un unico mistero.

La musica non è un ornamento accessorio

La costituzione Sacrosanctum Concilium del Concilio Vaticano II ricorda che la liturgia è “azione sacra per eccellenza” e che in essa “i segni sensibili significano e, ciascuno a modo suo, realizzano la santificazione dell’uomo” (SC 7). Tra questi segni sensibili la musica non è un ornamento accessorio, ma parte integrante del rito stesso: la medesima costituzione afferma che il canto sacro, unito alle parole, “è parte necessaria o integrante della liturgia solenne” (SC 112).

Se dunque la musica appartiene alla struttura del segno liturgico, la sua coerenza interna non è un dettaglio estetico, ma una questione teologica e rituale.

Le veglie, in modo particolare, non sono una successione di momenti indipendenti, ma un’unica grande azione simbolica progressiva. La Veglia di Natale conduce dall’attesa alla manifestazione del Verbo incarnato; la grande Veglia pasquale – madre di tutte le veglie – accompagna il passaggio dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita. Si tratta, in entrambi i casi, di un arco unitario, di un unico respiro rituale che attraversa le diverse parti della celebrazione.

La coerenza nella scelta dei canti a Messa

Quando però ogni segmento della veglia è affidato a linguaggi musicali tra loro molto diversi – per epoca, stile, armonia, scrittura e clima spirituale – l’assemblea percepisce, anche senza competenze specifiche, una frattura di continuità. La celebrazione cambia “lingua” più volte: un canto contemporaneo, poi uno corale classico, poi uno di matrice pop-liturgica, poi uno gregoriano. Ciascun brano può essere legittimo e persino bello; ma l’insieme perde unità simbolica.

Va detto con chiarezza: questa situazione non nasce quasi mai da superficialità o disinteresse, ma dai limiti reali delle nostre comunità, che vanno sempre rispettati e compresi. Dalla parrocchia più semplice e numericamente fragile a quella più viva e ricca di carismi, fino alle celebrazioni solenni presiedute dal Vescovo o dal Papa, ogni assemblea porta con sé storia, competenze, repertori e sensibilità differenti. Proprio per questo, tuttavia, la cura dell’unità musicale non può essere affidata al caso o alla somma delle disponibilità contingenti: essa va custodita come dimensione propria della verità rituale della celebrazione.

Il principio vale non solo per le veglie, ma per l’intero Triduo pasquale e, in realtà, per ogni azione liturgica: dalla Messa feriale alla celebrazione episcopale, dalla liturgia parrocchiale ordinaria alle grandi assemblee ecclesiali. In ogni contesto la liturgia è una sola azione della Chiesa; e la musica, che ne è parte integrante, è chiamata a manifestarne l’unità, non a frammentarla.

Differenza tra Veglia pasquale  e “fritto misto” musicale

In modo particolare, la Veglia pasquale si articola in quattro grandi movimenti – Liturgia della luce, Liturgia della parola, Liturgia battesimale, Liturgia eucaristica – che costituiscono un continuum simbolico e teologico. La luce che nasce nel buio, la Parola che ripercorre la storia della salvezza, l’acqua che genera alla vita nuova, il convito eucaristico della Pasqua: tutto appartiene a un unico evento celebrato nella notte santa.

Quando ciascuna di queste quattro liturgie è accompagnata da linguaggi musicali estranei tra loro, si produce inevitabilmente una frattura percettiva: la celebrazione appare come una successione di ambienti sonori disomogenei, più che come un’unica grande azione rituale. È il fenomeno, ben noto nella prassi pastorale, del cosiddetto “fritto misto” musicale.

La cura del repertorio musicale

Per questo è opportuno evitare accostamenti indebiti tra linguaggi profondamente eterogenei: repertori di matrice gregoriana con repertori immediatamente post-conciliari; canti di sensibilità carismatica con scritture corali di impronta classica; cantautorato di ispirazione cattolica con composizioni nate per contesti liturgici istituzionali; stili popolari con scritture di cappella. Non si tratta di stabilire gerarchie di valore – ciascun repertorio possiede dignità nel proprio contesto – ma di riconoscere che linguaggi nati in ambiti spirituali ed ecclesiali differenti difficilmente possono coabitare, nella stessa celebrazione, senza produrre discontinuità simbolica.

Quando non è possibile costruire l’intera Veglia secondo un unico autore o un unico corpus stilistico, è comunque possibile preservare almeno l’unità interna delle quattro grandi liturgie: continuità di linguaggio nella Liturgia della luce, coerenza nei salmi e nelle acclamazioni della Liturgia della parola, unità simbolica nella Liturgia battesimale, omogeneità sonora nella Liturgia eucaristica. Anche questa coerenza parziale restituisce alla celebrazione una percepibile organicità.

Rispettare le singole realtà comunitarie e parrocchiali è doveroso e necessario, ma proprio per questo, e non contro di esse, vale la pena custodire l’unità musicale della celebrazione. Evitare il “fritto misto” non è questione di raffinatezza estetica, ma di fedeltà al rito: perché la veglia non è un collage di canti, ma una sola grande azione della Chiesa. E quando tutto – spazio, parola, gesto e suono – parla una lingua coerente, il mistero celebrato emerge con maggiore limpidezza e profondità.

Siamo tuttavia consapevoli che la vita liturgica delle nostre comunità è un cammino reale, fatto di possibilità concrete, limiti, gradualità e crescita condivisa. Anche la maturazione di una sensibilità musicale autenticamente liturgica appartiene a questo percorso ecclesiale. Questa riflessione non intende quindi offrire modelli rigidi o giudizi, ma contribuire – con umiltà e responsabilità – a un cammino sempre più consapevole verso quella piena attuazione della riforma liturgica auspicata dal Concilio Vaticano II e delineata dalla Sacrosanctum Concilium.

È un cammino della Chiesa, dentro il quale anche la qualità simbolica e musicale delle nostre celebrazioni può progressivamente maturare, nella fedeltà al rito e nel rispetto delle comunità che lo vivono.

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Foto: immagine generata da IA

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Di Giosuè D'Asta

Compositore, organista e direttore di coro, in servizio presso la Cattedrale di Palermo, l’Istituto dei Ciechi e la Chiesa Senatoriale di Sant’Antonio Abate. Oltre alla formazione accademica musicale, è laureato in Filosofia con tesi in Filosofia del linguaggio. È Presidente dell’Associazione Musicale “Arturo Toscanini”, Direttore Artistico dell’Accademia Musicale Ars Antiqua e del Festival di Musica Barocca di Palermo. Alla guida stabile del Coro Giovanni Pierluigi da Palestrina di Palermo, da oltre vent’anni promuove la musica medievale, rinascimentale e barocca, coniugando ricerca storica, attività concertistica e formazione. Durante la sua formazione in Italia e in Europa ha prestato servizio liturgico come organista nelle diocesi di Dublino, Catania, Milano e Roma, e dal 2005 svolge ininterrottamente il suo ministero a Palermo, unendo competenza musicale e sensibilità pastorale al servizio della Chiesa.