C’è una frase che risuona spesso nelle sacrestie, nei cori parrocchiali, nei corridoi delle canoniche. Una frase detta senza cattiveria, quasi con innocenza, ma che rivela una mentalità profonda e radicata: “Io leggo da trentacinque anni”, “Dirigo il coro da trent’anni”, “Questo è il mio posto da venticinque anni”, “Io sono il salmista ufficiale della parrocchia”.

Eppure, se prendiamo sul serio il Vangelo, se prendiamo sul serio la liturgia, se prendiamo sul serio la Chiesa, dobbiamo avere il coraggio di dirlo con chiarezza e senza ambiguità: nella Chiesa non esistono posti fissi tra i fedeli. Esiste un’unica chiamata stabile: il Battesimo. Tutto il resto è servizio, e ogni servizio, per sua natura, è dinamico, temporaneo, verificabile, rinnovabile.

La liturgia, che è il luogo più alto della vita ecclesiale, dovrebbe essere il primo spazio in cui questa verità è visibile. E invece, paradossalmente, è spesso il luogo dove più facilmente si cristallizzano ruoli, posizioni, piccoli poteri, abitudini diventate intoccabili.

Servire non è occupare

Il recente intervento di Papa Leone XIV al Giubileo dei Cori e delle Corali — già richiamato nel precedente articolo — ha riportato la riflessione liturgica al suo centro essenziale: la liturgia non è uno spettacolo. E se non è uno spettacolo, allora non è neppure una postazione da difendere, un palco da presidiare, una zona di comfort da occupare a tempo indeterminato.

Quando un servizio liturgico diventa un possesso, ha già smarrito la sua natura. Quando qualcuno sente di essere il coro, essere il lettore, essere l’organista “di diritto”, la frattura non è organizzativa, ma spirituale. La liturgia, infatti, non è il luogo dell’autorealizzazione personale, ma dell’obbedienza ecclesiale; non è il luogo dove “io faccio quello che so fare”, ma dove mi metto a disposizione di ciò che la Chiesa chiede oggi. E proprio “oggi” è la parola decisiva.

Liberi dal “si è sempre fatto così”!

La Chiesa è in cammino. Lo ripetiamo spesso. Ma il cammino non è uno slogan: è una conversione concreta delle mentalità. Una comunità che cambia, che invecchia, che accoglie nuove persone, nuove sensibilità, nuove fragilità, non può essere governata con gli stessi assetti di trent’anni fa. E questo vale anche — e forse soprattutto — per il canto e la musica nella liturgia. La competenza musicale, oggi, non è un optional, e la formazione liturgica non è un lusso.    

L’aggiornamento, inoltre, non è una mancanza di rispetto verso chi ha servito, ma un atto di amore verso la comunità. La Chiesa non è una somma di equilibri emotivi da mantenere, ma un corpo vivo da accompagnare nella verità. Ecco perché alcune dinamiche sociologiche andrebbero coraggiosamente rimosse: “ho sempre fatto così”, “la gente è abituata”, “se tolgo questo servizio, si offendono”; elementi, questi, che non corrispondono ai criteri pastorali, liturgici e di discernimento ecclesiale.

Musica e canto: l’armonia del distacco

Nel canto liturgico, alcune dinamiche prima accennate diventano particolarmente evidenti. Perché la musica tocca l’identità, l’affettività, l’ego. E proprio per questo essa ha bisogno di più discernimento.

Il coro non va inteso come una realtà immutabile, ma un organismo vivo che cresce, cambia, talvolta si trasforma. Allo stesso modo il direttore non esercita un potere assoluto, ma svolge un servizio temporaneo finalizzato a una missione precisa. L’organista non può rivendicare la propria inamovibilità in virtù dell’anzianità: egli è un ministro chiamato, al pari degli altri, a un percorso permanente di verifica e crescita. Infine, la presenza del solista non deve essere permanente, ma un dono che la liturgia accoglie quando serve realmente all’assemblea.

Tutti – diciamolo con schiettezza – siamo sostituibili!  Accettare questo non è una perdita di dignità, ma una forma alta di libertà spirituale. È il segno di chi sa dire: “Sono qui finché servo. Quando non servo più, resto fratello”

Compito dei parroci: discernere e (talvolta) cambiare

Nell’organizzazione delle attività pastorali, il parroco svolge un compito fondamentale. Perché, se è vero che alcuni fedeli si attaccano ai ruoli, è anche vero che spesso lo fanno perché non è stato favorito un adeguato avvicendamento.

Il parroco, infatti, non è un notaio delle consuetudini, ma il primo responsabile della liturgia e della sua qualità spirituale.

La Sacrosanctum Concilium afferma con chiarezza che i pastori devono promuovere una partecipazione piena, consapevole e attiva (SC 14). Ma non esiste partecipazione autentica dove tutto è immobile, non verificato, mai rinnovato.

Discernere significa verificare, e talvolta anche cambiare. Il cambiamento può generare fatica, ma è una sofferenza che porta frutto. Rinunciare a rinnovarsi per evitare il conflitto non è un atto di carità, ma un’abdicazione alla propria responsabilità. Una comunità che smette di essere guidata è destinata, col tempo, a esaurire la propria vitalità.

Accompagnare e sostenere la comunità ecclesiale

Questo tema non riguarda solo le singole parrocchie. Esso interroga anche gli organismi diocesani, chiamati ad accompagnare e sostenere la comunità ecclesiale.        
Il rinnovamento non nasce solo dai documenti, ma dalle prassi illuminate e condivise. Papa Benedetto XVI ricordava che la liturgia vive di una continuità che è crescita, non ripetizione meccanica (Sacramentum Caritatis, 23).         
Papa Francesco ha più volte richiamato il pericolo di una Chiesa che si rifugia nel “si è sempre fatto così”, perdendo il contatto con la realtà viva del Popolo di Dio. Il rinnovamento vero non è rottura, ma fedeltà dinamica, non umilia chi ha servito, ma lo onora, liberandolo dal peso di dover restare per forza.

Non per occupare spazi ma per aprire cammini

Queste righe vogliono essere un appello alla libertà. La libertà di chi offre il proprio servizio con umiltà, senza rivendicare possessi; la libertà di chi riconosce di avere ancora molto da imparare; la libertà di chi sa congedarsi con serenità, sapendo che il proprio valore non dipende dal ruolo. È, infine, la libertà di una Chiesa che abbraccia il rinnovamento senza timore, forte della certezza di Chi ne è il fondamento.

Chi oggi canta, suona, dirige, proclama la Parola, non deve difendere un posto, ma custodire un servizio. E quando un servizio è custodito nella fede, può anche essere consegnato, trasformato, condiviso, lasciato. Nella Chiesa non siamo chiamati a occupare spazi, ma ad aprire cammini, e la liturgia — soprattutto nel canto e nella musica — è uno dei luoghi più veri in cui questo si manifesta.

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Foto realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale

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Di Giosuè D'Asta

Compositore, organista e direttore di coro, in servizio presso la Cattedrale di Palermo, l’Istituto dei Ciechi e la Chiesa Senatoriale di Sant’Antonio Abate. Oltre alla formazione accademica musicale, è laureato in Filosofia con tesi in Filosofia del linguaggio. È Presidente dell’Associazione Musicale “Arturo Toscanini”, Direttore Artistico dell’Accademia Musicale Ars Antiqua e del Festival di Musica Barocca di Palermo. Alla guida stabile del Coro Giovanni Pierluigi da Palestrina di Palermo, da oltre vent’anni promuove la musica medievale, rinascimentale e barocca, coniugando ricerca storica, attività concertistica e formazione. Durante la sua formazione in Italia e in Europa ha prestato servizio liturgico come organista nelle diocesi di Dublino, Catania, Milano e Roma, e dal 2005 svolge ininterrottamente il suo ministero a Palermo, unendo competenza musicale e sensibilità pastorale al servizio della Chiesa.