Un nostro lettore ci scrive:
«In parrocchia cantiamo il Gloria ripetendo sempre il ritornello, e le strofe invece vengono recitate. È corretto oppure stiamo sbagliando?»
La risposta
Intanto grazie per la domanda che mi permette di fare una panoramica sul tema posto. In effetti è una bella questione. Cercherò di essere il più chiaro possibile. Il Gloria in excelsis Deo non è un semplice canto, ma un antichissimo inno della tradizione cristiana che la Chiesa ha accolto nella Messa come solenne proclamazione di lode. Nasce come dossologia angelica («Gloria a Dio nell’alto dei cieli») e si sviluppa in una forma unitaria che alterna invocazioni a Cristo e alla Trinità fino alla conclusione: «Tu solo il Santo, Tu solo il Signore… con lo Spirito Santo».
Proprio per la sua natura, il Messale ne difende l’integrità. L’Ordinamento Generale del Messale Romano al n. 53 afferma:
«Il Gloria è un inno antichissimo e venerabile con il quale la Chiesa, radunata nello Spirito Santo, glorifica e supplica Dio Padre e l’Agnello. Il testo di questo inno non può essere sostituito con un altro. Viene iniziato dal sacerdote o, secondo l’opportunità, dal cantore o dalla schola, ma viene cantato o da tutti simultaneamente o dal popolo alternativamente con la schola, oppure dalla stessa schola. Se non lo si canta, viene recitato da tutti, o insieme o da due cori che si alternano. Lo si canta o si recita nelle domeniche fuori del tempo di Avvento e Quaresima; e inoltre nelle solennità e feste, e in celebrazioni di particolare solennità».
Il Concilio Vaticano II nella Sacrosanctum Concilium (n. 22) ribadisce che nessuno può cambiare la liturgia di propria iniziativa, e l’Istruzione Liturgiam authenticam (2001, n. 60) proibisce espressamente parafrasi e adattamenti arbitrari dei testi liturgici.
Il Gloria di Lourdes: origine e forma
Il cosiddetto Gloria di Lourdes, composto da padre Jean-Paul Lécot, nasce nel contesto delle celebrazioni solenni a Lourdes: fu scritto nel 1979, in occasione del centenario delle apparizioni mariane (1879–1979).
È stato concepito come un inno responsoriale a quattro voci: il coro esegue le strofe (testo autentico del Gloria), mentre l’assemblea interviene con il ritornello «Gloria, gloria, in excelsis Deo».
La sua forza sta in questa struttura dialogica: coro e popolo si rispondono, e la liturgia diventa realmente corale, con la partecipazione di tutti gli attori. È in questo modo che l’inno rivela la sua solennità.
Se invece viene ridotto a una sola voce, con l’assemblea che canta solo il ritornello, il risultato è ben diverso: il testo rischia di spezzarsi, l’assemblea diventa marginale, e l’inno si trasforma in una sorta di brano solistico.
Un errore diffuso
In molte parrocchie si cade in una prassi ibrida: si canta solo il ritornello, poi si leggono le strofe, poi si ricanta il ritornello. Il risultato è una formula ambigua che non è più né proclamazione continua né vero inno cantato: uno “spezzatino” che indebolisce il carattere del Gloria.
Molto meglio – se non è possibile cantare tutto per come è stato pensato – limitare il ritornello all’inizio e alla fine, e proclamare senza interruzioni il corpo centrale dell’inno. Così si preservano unità e solennità.
Un uso più adeguato
Il Gloria è un inno di alta solennità, non una canzonetta. Anche quando si utilizza il Gloria di Lourdes, è bene mantenerne la dignità liturgica. L’uso più intelligente non è quello di adattarlo a convenienza, ma di rispettarne la natura di proclamazione comunitaria. Alcuni criteri pratici possono aiutare:
- Nelle parrocchie senza coro polifonico
Se non ci sono scholae o polifonia disponibili, è bene limitarsi al ritornello assembleare all’inizio e alla fine, proclamando tutte le strofe del testo senza interruzioni insieme all’assemblea. In questo modo si salvaguarda l’unità dell’inno e non lo si riduce a frammenti. - Nelle parrocchie con organista e cantore
È da evitare che le strofe diventino una parte “solistica”. Il Gloria non è un brano da esibizione, ma l’inno dell’intero popolo di Dio. Meglio che sia recitato o cantato coralmente da tutti, mantenendo il carattere comunitario della proclamazione. - Quando è presente il coro polifonico
È proprio in questo contesto che il Gloria di Lourdes trova la sua forma originaria: l’alternanza tra coro e assemblea, con le strofe a quattro voci e il ritornello assembleare, realizza in modo esemplare la partecipazione di tutti i soggetti liturgici. Non è un artificio musicale, ma il segno concreto che l’intera Chiesa radunata canta la sua lode.
Il Gloria di Lourdes è stato eseguito in celebrazioni solenni di respiro internazionale e compare in diversi repertori liturgici ufficiali. È incluso dall’Ufficio Liturgico Nazionale della CEI nel volume Canti per la Liturgia (2010), e già dagli ’80 nella raccolta Nella Casa del Padre (Elledici): una garanzia di liceità.
Conclusione
Il Gloria di Lourdes non è vietato: è un inno che rispetta il testo autentico e coinvolge l’assemblea. Ma, come sempre nella liturgia, tutto dipende da come lo si esegue. Se reso con sobrietà e coralità, può davvero diventare preghiera solenne; se ridotto a un ritornello frammentato, perde la sua natura di inno.
Ringraziamo il nostro lettore per la domanda, che ci ha permesso di approfondire un tema spesso discusso ma non sempre chiarito. Arrivederci al prossimo articolo, dove continueremo a riflettere insieme sulla bellezza e la dignità del canto nella liturgia.
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Brevi cenni sul compositore
Padre Jean-Paul Lécot (nato nel 1947) è una figura di rilievo della musica sacra contemporanea in Francia. Allievo del grande organista Xavier Darasse al Conservatorio Nazionale di Tolosa, ha maturato una solida formazione musicale che lo ha portato a un’attività intensa e multiforme.
Per oltre trent’anni è stato organista delle basiliche di Lourdes, ruolo che lo ha reso noto a milioni di pellegrini e che gli ha permesso di esibirsi anche in numerosi concerti in tutta Europa. Accanto all’attività concertistica, Lécot si è dedicato con passione alla ricerca musicologica, pubblicando studi sulla musica antica e incidendo opere di Bach, Mozart, Couperin e Rameau.
Come compositore, ha lasciato un segno soprattutto nel repertorio sacro: oltre a tre cantate e un oratorio, ha scritto numerosi inni liturgici, tra cui l’inno ufficiale del Giubileo del 2000. È anche direttore del Festival Internazionale di Musica Sacra di Lourdes, che sotto la sua guida è diventato un punto di riferimento per l’incontro tra tradizione e creatività contemporanea.
Il suo contributo è stato riconosciuto anche in ambito accademico: Lécot è membro della Pontificia Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon, istituzione vaticana che riunisce artisti e studiosi di alto profilo.
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