Ci sono preghiere della liturgia che, nella loro sobria eleganza, custodiscono interi trattati di teologia. La colletta della solennità del Corpo e Sangue del Signore è una di queste. Poche righe, cesellate dalla tradizione orante della Chiesa, che conducono il credente nel cuore del mistero eucaristico, sottraendolo tanto al rischio di una devozione disincarnata quanto a quello di una riduzione intellettualistica. L’Eucaristia vi appare come il luogo nel quale la Pasqua di Cristo continua a raggiungere il tempo degli uomini e a fecondare la storia.

La Chiesa prega:
Signore Gesù Cristo, che nel mirabile sacramento dell’Eucaristia ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua, fa’ che adoriamo con viva fede il santo mistero del tuo Corpo e del tuo Sangue, per sentire sempre in noi i benefici della redenzione”.

Il testo latino, nella sua asciuttezza, sembra custodire una sfumatura ulteriore:
Deus, qui nobis sub sacramento mirabili passionis tuae memoriam reliquisti, tribue, quaesumus, ita nos Corporis et Sanguinis tui sacra mysteria venerari, ut redemptionis tuae fructum in nobis iugiter sentiamus”.

Mirabile sacramento

Ogni parola è una soglia da attraversare. La colletta si apre nello stupore. L’Eucaristia non è semplicemente un sacramento tra gli altri. È il “mirabile sacramento”. Il cristianesimo nasce dallo stupore di un Dio che sceglie di rimanere vicino agli uomini non attraverso un’idea, una legge o un ricordo, ma mediante il pane e il vino, i frutti della terra e del lavoro dell’uomo, assunti e trasfigurati fino a diventare il Corpo e il Sangue del Signore.

Il termine sacramentum non indica semplicemente una realtà sacra. Dice un mistero che si rende accessibile, l’invisibile che prende corpo nella storia. Dio non salva l’uomo dall’esterno. Entra nella sua fame, nella sua sete, nella sua corporeità, nelle sue relazioni, nella sua stessa fragilità. L’Eucaristia è il sacramento della prossimità di Dio.

Il latino, tuttavia, aggiunge una sfumatura preziosa. Non parla anzitutto del memoriale della Pasqua, ma del “mirabile sacramento della tua passione”. La Pasqua non cancella la croce, la porta a compimento. L’Eucaristia conserva per sempre la memoria di un corpo consegnato e di un sangue versato. È il sacramento di una vulnerabilità divina che ha scelto di abitare la vulnerabilità umana per trasfigurarla dall’interno.

La colletta italiana dice: “Ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua”. Il verbo latino è di rara bellezza: reliquisti. Hai lasciato. Hai affidato. Hai consegnato come un’eredità. Alla vigilia della sua passione il Signore non lascia ai suoi un sistema religioso, né un codice morale. Lascia se stesso. Semmai ogni “sistema” trova la sua genesi dall’ Eucarestia. Il memoriale biblico non è un ricordo nostalgico del passato. È la presenza efficace di un evento salvifico che continua a operare nella storia. Ogni Eucaristia non ripete la Pasqua di Cristo e neppure la sostituisce. La rende sacramentalmente presente. La Chiesa non guarda semplicemente a ciò che è stato. Viene raggiunta dall’oggi di Dio. Per questo il Corpus Domini non celebra anzitutto una presenza statica, ma una Pasqua continuamente dinamica e operante.

Una presenza accolta

Adorare l’Eucaristia significa adorare Cristo che continua a donare la sua vita per la salvezza del mondo. Il cuore della colletta è racchiuso nella sua domanda: Ita nos Corporis et Sanguinis tui sacra mysteria venerari

La Chiesa non chiede semplicemente di ricevere il Corpo del Signore, ma di venerarne i santi misteri. La venerazione liturgica non è un sentimento aggiunto al rito. È la forma propria della fede davanti a una presenza che non può essere posseduta, ma soltanto accolta. La traduzione italiana interpreta questo atteggiamento con il verbo “adorare”. E qui la liturgia sembra consegnare una grande lezione spirituale. L’adorazione dell’Eucaristia non nasce fuori dalla celebrazione. Nasce nella celebrazione. Il primo atto adorante della Chiesa non è l’esposizione del Santissimo Sacramento: è la comunione.

Non è forse suggestivo che la tradizione spirituale abbia talvolta accostato il verbo adorare all’espressione ad os, portare alla bocca? Più che un’etimologia, è una felice intuizione mistica. Adorare è il gesto dell’amore che si lascia avvicinare dal suo Signore fino a riceverlo come il bacio degli amanti del Cantico, dove la conoscenza passa attraverso la comunione e il gusto. In quel momento si compie il gesto adorante più radicale. Cristo entra nell’uomo perché l’uomo possa entrare nella vita di Cristo. L’Eucaristia realizza quella misteriosa reciprocità annunciata nel Vangelo di Giovanni: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui».

La liturgia rende visibile questo movimento: ci si alza dal proprio posto, ci si mette in cammino con gli altri, si entra in una processione. Si tende la mano o si dischiudono le labbra per ricevere un dono che nessuno potrebbe mai conquistare. L’adorazione prende corpo nel movimento dell’assemblea. Il gesto stesso della comunione diventa una scuola di adorazione. L’adorazione più alta consiste nel lasciarsi nutrire dal Signore.

Cristo ci trasforma

Sant’Agostino aveva intuito questo straordinario rovesciamento: il cibo che riceviamo non viene assimilato da noi, ma assimila noi a sé. Non siamo noi a trasformare il Corpo di Cristo nella nostra vita; è il Corpo di Cristo che trasforma la nostra vita nel suo Corpo.

La traduzione italiana aggiunge una sfumatura preziosa: “Fa’ che adoriamo con viva fede…”. La fede liturgica non consiste soltanto nell’aderire a una verità. È un modo di abitare il mistero. La fede viva riconosce il Signore presente nel sacramento, ma educa anche lo sguardo a riconoscerlo nella comunità, nei poveri, nelle ferite della storia, nel corpo sofferente dell’umanità.

Chi contempla il Corpo di Cristo sull’altare e si nutre di esso impara lentamente a riconoscere il Corpo di Cristo nella Chiesa e nel fratello. L’altare e la vita non sono due sacramenti distinti. L’uno apre all’altra.

Il frutto della redenzione

Il vertice della colletta è nell’ultima domanda: Ut redemptionis tuae fructum in nobis iugiter sentiamus.

È una richiesta di straordinaria delicatezza. Non domanda miracoli. Non chiede fenomeni straordinari. Non cerca esperienze eccezionali ed banalmente emozionali. Chiede di sentire il frutto della redenzione. Il verbo sentire significa sperimentare, gustare, accorgersi che la grazia opera nella vita. La redenzione non è soltanto un evento passato. È una forza presente.

Ogni Eucaristia lascia un frutto: riconcilia ciò che è diviso, guarisce ciò che è ferito, rinsalda la comunione. Ed è significativo che la preghiera chieda di sperimentare questo frutto iugiter, continuamente. La comunione sacramentale è chiamata a diventare comunione esistenziale.

Una Messa che continua

In questa prospettiva anche la processione del Corpus Domini acquista il suo senso più autentico. Non è un rito aggiunto alla Messa. È la Messa che continua. La prima processione eucaristica è quella della comunione. Un popolo convocato si mette in cammino verso il Signore. Ogni fedele lascia il proprio posto, attraversa l’assemblea, riceve il Pane della vita e ritorna trasfigurato. In quel breve pellegrinaggio è già racchiuso il senso della processione del Corpus Domini.

Quando il Santissimo viene portato per le strade delle nostre città, la Chiesa non trasporta un oggetto sacro: segue il Signore risorto! È lui che apre il cammino! Come nell’Esodo la nube guidava Israele, così ora il Pane della vita guida il suo popolo nella storia.

Un mistero in processione

Separare la processione dalla celebrazione significherebbe impoverirne il significato. La processione nasce dall’altare e continuamente all’altare rimanda. L’adorazione nasce dalla comunione e continuamente alla comunione riconduce. Forse è qui che la colletta del Corpus Domini consegna il suo insegnamento più profondo. L’adorazione non termina davanti all’ostensorio. Non termina neppure davanti al tabernacolo.

L’adorazione autentica diventa una forma di vita. Il Corpo di Cristo non domanda soltanto di essere contemplato. Domanda di essere accolto. E, una volta accolto, di diventare il principio di una nuova circolazione dell’amore di Dio nel mondo.

Per questo il Corpo del Signore esce dalle mura della chiesa. Non perché il mondo abbia bisogno di assistere a un rito, ma perché la Chiesa ricordi a se stessa che il mistero celebrato non sopporta di rimanere chiuso. Del resto, il mistero eucaristico porta inscritto in sé un dinamismo che non tollera alcuna immobilità. Il pane viene spezzato per essere mangiato, il vino viene versato per essere bevuto, il Corpo di Cristo viene donato per essere accolto. L’Eucaristia non è un mistero da trattenere, ma una presenza che continuamente si consegna.

L’Eucaristia possiede una naturale forza espansiva. L’ostensorio che attraversa le nostre strade è certamente un segno prezioso della fede della Chiesa. Tuttavia esso rimane un segno che rimanda a una realtà ancora più grande. Il vero ostensorio che il Corpus Domini consegna al mondo è la Chiesa stessa. Anzi, il corpo del credente. Il Corpo di Cristo ricevuto nel sacramento domanda di rendersi visibile nel corpo ecclesiale.

Le mani che hanno accolto il Pane consacrato dovrebbero imparare a spezzarsi nella carità. Le labbra che hanno ricevuto il Corpo del Signore dovrebbero imparare a pronunciare parole di riconciliazione. Gli occhi che hanno contemplato il mistero dovrebbero riconoscerlo nei poveri e nei sofferenti. I piedi che hanno percorso la processione liturgica dovrebbero continuare il loro pellegrinaggio sulle strade degli uomini. La processione del Corpus Domini, in fondo, termina quando incomincia la processione della vita cristiana. O, meglio, non termina affatto. Continua ogni volta che una comunità diventa luogo di comunione.

Dall’altare ai luoghi del quotidiano

Ciò che è consacrato vuole consacrare la storia. Ciò che è benedetto vuole raggiungere le case, le piazze, le periferie dell’umano. E forse il senso ultimo di questa antica colletta è proprio questo: chiedere che il Cristo accolto sulle nostre labbra discenda nel cuore, attraversi gli affetti, plasmi i pensieri, converta le mani, renda eucaristici i nostri passi.

Così si comprende che la più vera processione del Corpus Domini non è soltanto quella che percorre le strade di un paese. È quella, più lunga e più silenziosa, che prende avvio dall’altare, si compie nella comunione dei fedeli, si prolunga nell’adorazione della vita quotidiana e continua nel pellegrinaggio della Chiesa dentro la storia.

Forse, allora, il frutto della redenzione che la colletta ci fa chiedere è precisamente quello che san Tommaso domanda nell’ultima strofa dell’Adoro te devote: “Iesu, quem velatum nunc aspicio, oro fiat illud quod tam sitio: ut te revelata cernens facie, visu sim beatus tuae gloriae“.

Gesù, che ora contemplo velato, ti prego: si compia ciò che tanto desidero, che, vedendoti a faccia scoperta, possa essere beato nella contemplazione della tua gloria“.

Qui l’Eucaristia rivela il suo carattere più profondo. Essa non è il punto di arrivo, ma il sacramento del desiderio. Ci educa ad abitare la mancanza, ad amare una presenza velata, a riconoscere che ogni comunione sacramentale è promessa di una comunione ancora più piena.

Per questo la processione del Corpus Domini non ha soltanto una direzione terrestre. Mentre attraversa le strade delle nostre città, orienta la Chiesa verso la Gerusalemme celeste. Il popolo che segue il Corpo del Signore nelle vie del mondo sta imparando, in realtà, a seguire l’Agnello dovunque egli vada. E il Pane ricevuto sulle labbra diventa il viatico del grande pellegrinaggio dell’umanità verso il banchetto del Regno, dove il sacramento lascerà il posto alla visione, la fede alla contemplazione e l’adorazione si compirà nella comunione eterna con Dio.

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Di Giuseppe Costa

Laico dell'Arcidiocesi di Palermo, ha conseguito gli studi teologici presso la Pontificia Facoltà teologica di Sicilia «San Giovanni evangelista», il dottorato in Liturgia pastorale presso l'Istituto di liturgia pastorale «Santa Giustina» di Padova. È direttore dell'Ufficio liturgico dell’Arcidiocesi di Palermo, insegna Liturgia presso la Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia (Palermo), ed è docente invitato di Liturgia presso la Scuola Teologica di Base «San Luca evangelista» di Palermo. Per la Tau editrice ha pubblicato: Nella tentazione: indurre o abbandonare? Riflessioni sulla nuova traduzione italiana del Padre Nostro (Todi 2020). Una comunità dal Rito (Todi 2023). Si occupa ormai da tempo di formazione biblico-liturgica per i laici.