L’incontro di sabato 14 marzo con monsignor Giuseppe Liberto ha lasciato un segno profondo nella nostra comunità di Santa Luisa De Marillac. Più che di una conferenza, si è trattato di un invito a riscoprire il canto non come semplice ornamento, ma come espressione di una vita nutrita dall’amore divino, dove l’arte si fa soglia che svela l’invisibile e trasforma l’esistenza stessa in un’offerta.
Monsignor Liberto ha aperto il nostro cuore al mistero del silenzio, definendo la musica come un “pentagramma di silenzio interpuntato da vibrazioni di luci sonore“. Il silenzio non è assenza, ma il luogo privilegiato per il colloquio con Dio, il grembo fecondo in cui la sua Parola risuona e si incarna. Il silenzio è il filtro necessario affinché la preghiera non sia rumore, ma elevazione spirituale che modella lo stile di vita del credente. In questo senso, il canto nasce proprio da questo ascolto profondo: “il cuore infiammato d’amore canta all’Amore”.
Un punto centrale della catechesi è stata l’identità dell’assemblea orante. Citando Sant’Agostino (Cantare amantis est), il Maestro ha ribadito che il canto è l’espressione di chi sa amare. Formare un coro, dunque, non significa solo stare insieme, ma realizzare una “unisona agape“, dove l’io personale si trasforma nel “noi” della coralità. In questo modo, la liturgia diventa un’armonia “teandrica“, e cioè di unione tra Dio e l’uomo, tra terra e cielo.
Infine, monsignor Liberto ha richiamato i musicisti e i coristi al loro ministero: l’arte liturgica non è un’esibizione spettacolare, non è estetismo fine a se stesso, ma un servizio per favorire la partecipazione interiore dei fedeli. È proprio attraverso la “nobile semplicità”, che la bellezza diventa la via privilegiata per rivelare l’invisibile Mistero.
Usciamo da questo incontro con una consapevolezza rinnovata: dove il canto muore, muore anche la speranza; ma dove si canta con il cuore, lì Cristo risorto vive e salva!
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