Formare dei “missionari digitali” capaci di annunciare il Vangelo in un ambiente, quello del web, che non è un semplice insieme di strumenti ma una vera e propria “cultura” che consente alla Chiesa di “ascoltare, accompagnare e dare voce a coloro che non vengono ascoltati”.

E’ stato pubblicato il rapporto finale sulla “missione digitale”, a cura di uno dei 10 gruppi di lavoro voluti da Papa Francesco durante il Sinodo sulla sinodalità. Un documento (intitolato “La missione nell’ambiente digitale”) che la Santa Sede non considera un punto di arrivo ma uno spunto di riflessione, specie per le diocesi di tutto il mondo, e che adesso, così come gli altri, verrà inviato alla Segreteria generale del Sinodo.

Un ambiente a tutti gli effetti

Il dato più significativo è l’atteggiamento della Chiesa nei confronti del mondo digitale, considerato “al centro di un cambiamento epocale che ci sfida a rispondere fedelmente e a svolgere la nostra missione evangelica in questo nuovo contesto”.

Questo perché, specie per i più giovani, gli ambienti fisici e digitali sono strettamente connessi. Si può affermare che la Chiesa ha da tempo colto la sfida, ma l’attenzione posta in occasione del Sinodo la pone all’avanguardia anche sul piano culturale.

Dare voce a chi non ne ha

Una certa diffidenza può essere comprensibile, visto che parliamo di un mondo in continua evoluzione a cui è complicato approcciarsi, specie per chi ha meno dimestichezza.

La relazione sottolinea però che anche nell’ambiente digitale “le persone cercano sinceramente Dio ed esprimono profondi bisogni spirituali”. Tanto da considerarlo “un modo di vivere la missione sociale della Chiesa e una nuova dimensione dell’opzione preferenziale per i poveri”.

E così il digitale può divenire luogo di incontro, oltre che di scambio di informazioni: “Nel migliore dei casi, l’impegno digitale non sostituisce gli incontri di persona ma può invece condurre ad essi, arricchendo le relazioni e le comunità”. Un concetto che è fondamentale: l’evangelizzazione digitale integra, e non sostituisce, gli incontri di persona.

I missionari digitali

Ecco perché per operare nel digitale servono formazione e spirito missionario, così come per ogni altro contesto culturale.

“Proprio come i missionari nel corso della storia hanno imparato le lingue, compreso i costumi e adattato i loro approcci mantenendo l’integrità del Vangelo, tutti i battezzati sono chiamati a comprendere questa nuova cultura rimanendo radicati nella verità, nella bontà e nella bellezza della nostra fede cattolica”.

I possibili rischi

Una sfida che non è esente da rischi ma, anzi, pone “sfide immense”. L’ambiente digitale è condizionato dagli algoritmi, può incentivare l’isolamento, è soggetto a modelli di business che condizionano i comportamenti, favorisce la polarizzazione con dinamiche “possono portare al nichilismo e alla violenza”, fino ad arrivare alla disumanizzazione.

Ecco perché è così importante, per la Chiesa, essere nel mondo digitale e esserci in modo appropriato: “Nell’era digitale siamo chiamati a vivere la nostra fede con maturità e preghiera in comunità faccia a faccia, nutrite dai sacramenti, e a promuovere culture personali e digitali che rispettino la dignità umana, promuovano incontri autentici e testimonino la verità nell’amore. Ciò è particolarmente vero per i giovani che spesso incontrano la fede per la prima volta on line”.

Una realtà già presente

Del resto, già oggi sacerdoti, religiosi e laici sono impegnati nell’evangelizzazione digitale, seppur con alterne fortune ma “per vivere pienamente la nostra missione la Chiesa dovrebbe inserirsi in questo spazio con maggiore umiltà e intenzionalità”.

La missione richiede però una formazione spirituale e pastorale che non lasci soli i missionari digitali, molti dei quali cercano il sostegno e la guida di vescovi e pastori. Altri invece “puntano ad attirare l’attenzione su sé stessi, così come coloro che operano spesso al di fuori della piena comunione con la Chiesa. La loro presenza evidenzia la necessità di una guida più chiara e di un impegno pastorale più forte nella cultura digitale”.

Compito della Chiesa è favorire anche l’inclusione, considerata “una questione di giustizia”, visto che la connessione può essere più complicata per chi è povero o vive in Paesi meno sviluppati. Non meno importante è combattere pregiudizi, disinformazione e atteggiamenti di odio, tutelare la privacy e la sicurezza.

Altro punto dirimente è l’uso dell’intelligenza artificiale: “La missione della Chiesa negli spazi digitali dovrebbe rimanere principalmente radicata in ciò che solo gli esseri umani possono fare: discernere, amare, accompagnare e pregare”.

Alcune proposte

La relazione elenca anche una serie di proposte a livello generale, ma anche di conferenza episcopale o diocesano. L’obiettivo è formare missionari digitali che sappiano “samaritanizzare” il web, avendo cioè “una presenza compassionevole e attenta, specialmente verso coloro che vivono nelle periferie esistenziali, compresi i feriti spiritualmente, gli isolati socialmente e gli emarginati economicamente, riflettendo l’impegno della Chiesa ad accompagnare i vulnerabili”.

Emerge l’invito a creare veri e propri “team digitali diocesani” che collaborino anche con chi è lontano dalla fede e aiutino a coinvolgere chi è escluso dal digitale come anziani, poveri, disabili, emarginati, partendo sempre dall’ascolto. La relazione chiede anche di non separare l’on line dal resto della Chiesa, evitandone la marginalizzazione.

Per approfondire

La relazione sinodale “La missione nell’ambiente digitale”

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Di Roberto Immesi

Giornalista, collabora con Live Sicilia, è Revisore dei Conti dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia e Presidente dell’Unione Cattolica Stampa Italiana (UCSI), sezione di Palermo.