Diario di un pellegrino, un dialogo ideale che accorcia le distanze temporali e spaziali, indirizzato ai giganti della storia e della letteratura, ma anche a quelle figure silenziose e meno celebrate che portano in dote testimonianze preziose.
Simone Rau e Requesens, ignoto odonimo della nostra città, fu un vescovo della diocesi di Patti e un poeta di origini palermitane che visse nel Seicento. La sua storia è molto travagliata: membro della famiglia dei mercanti “La Ferla”, non essendo il primogenito fu avviato alla carriera ecclesiastica secondo la contemporanea usanza del maggiorascato; contemporaneamente studiò lettere e prese parte all’“Accademia dei Riaccesi”, che poi si evolverà nell’“Accademia Nazionale di Scienze, Lettere e Arti” che tutt’ora esiste. Prese probabilmente parte a una sommossa antispagnola e per questo fu recluso nel carcere dello Steri. Forse a causa di una delazione fu mandato in Spagna, formalmente per scusarsi con l’imperatore, di fatto per ricevere un compenso (tutto molto dubbio, tuttavia). Di ritorno dalla Spagna fu nominato vescovo di Patti e nunzio apostolico di Alessandro VII. Morì poco dopo.
Diletta eccellenza,
finalmente trovo del tempo per scrivervi. Come state? A Patti tutto bene spero. Io sto bene.
Ho avuto modo di leggere le vostre rime, soprattutto quelle in lingua siciliana. Noi giovani non siamo più così abituati al dialetto (sebbene oggi il siciliano dai linguisti sia considerata una lingua) e io credo sia veramente un peccato. Non si scrive neanche più in siciliano, né tantomeno lo si legge con facilità: sapete, oggi l’Italia è unita, noi ci chiamiamo italiani e parliamo, appunto, l’italiano, la bellissima lingua che avete saputo adoperare nelle vostre rime.
Amaste la Sicilia, non è vero? E rimpiangeste anche di esser da lei, “aer felice”, – come voi stesso la definiste, – partito. E quando vi trovaste in Spagna scriveste del vostro fiume, l’Oreto… Devo darvi una cattiva notizia, eccellenza: l’Oreto oggi non sta ma molto bene. Che intendo? Beh, diciamo che è molto inquinato ed è diventato una sorta di discarica a cielo aperto. Chissà se ai vostri tempi era ancora navigabile… oggi non lo è più certamente, e anche se lo fosse, ci guarderemmo tutti bene dal mettere qualcosa dentro le sue acque.
La vostra è una Sicilia inquieta, segnata dal peso del tempo e della memoria, dove la bellezza non consola mai del tutto, colma di malinconia; essa obbliga alla riflessione e non permette leggerezza perché rende l’uomo più consapevole della propria fragilità.
Le vostre rime, tanto siciliane quanto toscane, trattano i temi classici del vostro tempo: l’amore profano e quello sacro, la nostalgia della terra, la condizione dell’uomo; sono inoltre molto pastorali e riflessive.
Colpisce come, nelle vostre rime, l’amore non sia mai puro compiacimento lirico: è peso, memoria, ferita. Anche quando si eleva verso il sacro, non rinnega l’inquietudine dell’uomo, ma la porta con sé, come se la fede stessa fosse attraversata dal dubbio e dalla stanchezza del vivere e, forse, non avete tutti i torti nel pensarlo… In questo, le vostre poesie parlano ancora a chi le legge oggi. E infatti, all’Amuri Eternu, cui dedicaste le ultime ottave, confessate di sentirvi ingrato perché Egli “disia” il vostro cuore che troppo spesso avete gettato al mondo e voi glielo affidate volentieri, dicendo che smetta pure di esser vostro purché sia tutto suo. Nella storia della letteratura ci si è spinti a tal punto da definire l’uomo un “animale bipede e ingrato[1],” pensate un po’. Io avrei qualcosa da ridire, ma credo proprio che non sia il caso giacché potrebbe venirsi a creare un piccolo problema di carattere cronologico.
Forse siamo tutti ingrati oggi… la società in cui viviamo, in larga parte, ha dimenticato Dio… “dimenticato”, cioè ha fatto diventare Dio un ricordo che più non si ricorda, almeno così penserebbe S. Agostino… “dimenticato”, però, non “scordato”, perché il cuore, pur non essendone sovente consapevole, ancora lo cerca e lo farà finché in lui non riposerà completamente.
Se la poesia ha il compito di trattenere ciò che altrimenti andrebbe perduto – un sentimento, un tormento, una verità fragile, – le vostre rime siciliane hanno assolto questo compito con discrezione e profondità. E forse è proprio per questo che esse meritano ancora attenzione.
Spero di ricevere presto una vostra lettera che mi veda suo destinatario.
La saluto, diletta eccellenza. Pensi ancora a questa città che l’ha vista suo attivo cittadino e per essa non dimentichi di pregare.
Deferenti ossequi,
Gabriele Ingrassia
Foto realizzata con l’ausilio dell’Intelligenza Artificiale
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[1]Dostoevskij, Fëdor (2023/1864). Ricordi dal sottosuolo (Trad. Gianlorenzo Pacini). Milano, Feltrinelli Editore.