Caro Piccolo Principe,
sono io, un vostro fan sfegatato. Sapete, molte generazioni vi hanno adorato. Della mia non so dirvi molto… ho chiesto un po’ in giro e alcuni vi conoscono molto bene, ma altri no.

Ho una cosa da confessarvi: vi ho letto da “grande”. Ebbene sì, non ho avuto la fortuna di leggervi quando ancora ero un bimbo. Tuttavia, devo ammettere che leggervi da “grande” non mi è per niente dispiaciuto: ho capito molte cose che altrimenti non avrei compreso. Ne approfitto per ammettere tutte le mie colpe: vi ho letto tutto in un giorno, mangiando, pagina dopo pagina, il testo con gli occhi, e facendone nutrimento per l’anima. Comincio sempre più a pensare che leggere sia un’azione organica proprio come mangiare o bere, voi che ne dite?

Vi ricordate i vostri baobab? Ebbene, a me hanno fatto pensare ad altro. Siete troppo piccolo per conoscere il peccato? Io non credo, il peccato lo conosciamo tutti purtroppo: è un’eredità che ci hanno lasciato i nostri progenitori, come un mutuo da pagare… solo che il mutuo finisce prima o poi, il peccato originale e le sue conseguenze non esattamente. Il peccato è come i baobab: prima lo si estingue, meglio è. Nessuno dice che sia facile, ma voi stesso ci suggerite una soluzione: “è una questione di disciplina”. Mio caro piccolo principe, voi con la vostra giovane età avete capito tutto.

I baobab, però, in una cosa sono differenti dal peccato: se aveste lasciato crescere i semi e questi fossero diventati dapprima arbusti e poi grossi alberi dal tronco nodoso, il vostro pianetino sarebbe stato avvolto totalmente, perforato dalle radici e reso inospitale; non fraintendetemi, il peccato fa la stessa cosa, ha bisogno di un assenso e, nel giro di poco, cresce a dismisura e sembra divorarti, eppure basta convertirsi e Dio, anche se non subito, – o meglio, non con i nostri tempi, – possiamo star certi ci salverà.

All’aviatore avete raccontato di un fiore, d’una rosa. Sapete, mi ha sempre incuriosito la vostra rosa; io credo faccia riferimento a qualcosa di molto preciso, però: l’amore salvifico per Cristo che, per natura, implica sacrifici e sofferenze che anche voi avete patito. Avete, infatti, compiuto la fatidica scelta di partire e, dettolo alla rosa, ella vi ha esortato ad andarvene al più presto, giacché non voleva che la vedeste piangere. Anche voi piangeste durante i primi momenti del viaggio, non è così? Io me lo sarei concesso, e credo lo abbiate fatto anche voi, che non vi siete fatto compromettere da quello che pensiamo noi sulla Terra.

Durante il viaggio, – mi risulta, – avete fatto molteplici incontri sui quali mi piacerebbe tanto soffermarmi in maniera più precisa ma, comprendete, scrivere su un giornale comporta anche questo, essere breve anche quando non lo si vorrebbe. Chissà che un giorno non scriva proprio a loro…

Avete viaggiato molto, caro principino. Noi forse un giorno riusciremo a viaggiare come voi tra i pianeti, ma ci stiamo ancora provando. Quante persone avete incontrato e quante simbologie da spiegare… mi sovviene però un dubbio: non mi prenderete mica per uno di quei “grandi” che voi bambini tanto disprezzate? Io mi auguro di no… ma credo sia anche colpa vostra che vi siete fermato a parlar con loro che io mi trovi qui a scrivervi, non credete?

Il nodo della vostra storia, il momento che muove i più alle lacrime, è il capitolo in cui incontrate la volpe, per voi quasi una guida. Essa vi insegna alcuni valori fondamentali per noi umani: i riti, la pazienza, l’essenzialità e la responsabilità. Sapete, questi principi oggigiorno vengono sempre più meno. Di “riti” nessuno vuole più sentir parlare, ma la volpe vi suggerisce che sono “ciò che rende ogni giorno diverso dagli altri”. In particolare, mette l’accento sul rito di addomesticare, insegnandoci come occorra prendersi le proprie responsabilità. Sebbene essa non ve lo dica, sarò io a farlo: oggi nessuno vuole prendersi più le proprie responsabilità, forse ci manca un po’ di coraggio, mio caro principino, quello stesso che avete avuto quando sceglieste di partire. Anche di “pazienza”, purtroppo, abbiamo smesso di parlare con l’avvento dei cellulari, che mi auguro vivamente non conosciate. Avete presente l’aereo, il marchingegno su cui macchinava l’aviatore? Ecco, immaginatelo molto più complicato, ma anche molto più piccolo, tanto da stare dentro il palmo d’una mano. Pensate, al loro interno è contenuta buona parte dello scibile umano e la cosa più curiosa è che qualsiasi informazione si voglia trovare, essa vien fornita in un batter d’occhio. Oggi noi viviamo in una società dove “tutto subito” è la filosofia che regna. Invece la volpe vi insegna che è proprio aspettare pazientemente che, il più delle volte, attribuisce valore alle cose, e vi dice che “più tempo passerà, più si sentirà felice” fino a quando non scoprirà il “prezzo della felicità”.

Sapete, caro principino, anche noi siamo in attesa mentre vi scrivo. Che cosa aspettiamo? La venuta di Gesù nella carne, naturalmente. Non ve l’ho chiesto prima, vi conoscete? Io credo di sì. Attendiamo quattro settimane e poi Egli nasce. Vedete, anche noi sappiamo quando verrà, la volpe non era strana a chiedervi di presentarvi ogni giorno da lei alla medesima ora. Di “essenzialità”, ancora, se ne sente parlare molto poco. È facile circondarsi di addobbi, come un albero di Natale, ma essere vuoti dentro. A proposito, voi lo celebrate il Natale sull’asteroide B 612? Mi piacerebbe tanto scoprire qualche vostra tradizione. Anche voi fate la messa di mezzanotte? Essere essenziali dentro, – dicevo, – significa spesso esserlo anche fuori, ma “l’essenziale è invisibile agli occhi” perché “si vede bene solo con il cuore“. Questo, poi, è come guarda Dio, che si concentra sul nostro cuore e non, come facciamo noi, sull’apparenza. Se l’uomo guardasse col cuore scorgerebbe cose di cui altrimenti neppure si accorgerebbe. Quante cose ci nascondono i nostri occhi… e quante ce ne rivela il nostro cuore…! Infine, proprio quando dovete dirvi addio vi impartisce l’ultima lezione ribattendo sul tema della responsabilità: “tu diventi responsabile di ciò che addomestichi” e vi insegna quasi ad “addomesticare con cautela”, di fatto facendovi intuire il valore della rosa cui avete dedicato tanto tempo. Ecco, è “il tempo che hai perso per la tua rosa ciò che la rende speciale” essa vi dice, e voi ripetete per non dimenticarlo.

Gli addii di questa lettera, purtroppo, non sono ancora terminati: è il momento di ripercorrere l’ultimo, quello tra voi e l’aviatore. Vi siete legati a lui, non è così? D’altronde, come sarebbe stato possibile non farlo? L’opposizione tra infanzia e mondo degli adulti è incarnata perfettamente dalla sua figura che, pur avendo conservato la capacità di vedere col cuore, rimane comunque un adulto, mentre voi rimanete sempre in una dimensione altra, più pura ed eterea. È questo il momento in cui egli si rende conto che la sua infanzia non può più viverla, ma soltanto custodirla come ricordo. Per separarvi definitivamente è necessario allora morire, esattamente come voi avete fatto. Mi ricordate qualcuno, solo che poi è risorto, voi non mi pare. Ad ogni modo, la morte è stata per voi soltanto un passaggio, una pasqua in cui la perdita fisica è compensata dalla più affermata presenza spirituale e dal ricordo che avete lasciato all’aviatore.

È giunta l’ora ch’io vi saluti, mio caro piccolo principe, ma non temete, questo non è un addio. Mi è piaciuto molto scrivervi, è come se mi fossi trovato a viaggiare con voi in questo tanto strambo quanto formativo itinerario. Io vi saluto con tanto affetto, e mi auguro che un giorno possiate rispondermi.

Cordiali saluti,
Gabriele

Di Gabriele Ingrassia

Studente del liceo classico Umberto I. Amatoriale cultore dell'arte della scrittura, ama leggere e si occupa dell'animazione liturgica nelle parrocchie S. Luisa de Marillac, dove fa parte del coro come cantore e organista, e S. Ernesto.