La situazione a Gaza continua ad essere estremamente drammatica e complessa. Gli intensi attacchi israeliani, le numerose vittime, le condizioni di malnutrizione in cui vessa il popolo dei palestinesi, incluso un numero elevato di donne e bambini, e il rischio di un conflitto mondiale destano molta preoccupazione. Portadiservizio ha chiesto a don Salvatore Lazzara di rispondere ad alcune domande. Lazzara – componente dell’Ufficio Ecumenico del dialogo interreligioso Diocesano di Palermo e vicario parrocchiale della Basilica della Madonna della Milicia – ha partecipato (presso l’Ordinariato Militare in Italia) a diverse missioni internazionali, in Bosnia, Libano, Siria e Iraq, concludendo il servizio presso la NATO-SHAPE a Bruxelles. Adesso – per l’Arcidiocesi di Palermo – continua a seguire i temi dei cristiani perseguitati nel mondo, nella prospettiva del dialogo ecumenico e interreligioso con particolare attenzione agli ebrei ed ai musulmani.
La situazione a Gaza rimane preoccupante. Quali sono le tue personali considerazioni?
Guardando le immagini di quanto accaduto a Gaza nelle scorse ore, non possiamo che riprendere la costatazione amara e rassegnata di Geremia, il quale vedendo la distruzione e la morte, si affida a Dio, perché possa, nonostante le rovine che lo circondano, ricordarsi dell’alleanza e di conseguenza donare al popolo la riconciliazione e la pace.
Le foto del parroco di Gaza, Padre Romanelli, quelle del Patriarca Latino di Gerusalemme e dei patriarchi delle Chiese Cristiane, hanno fatto il giro del mondo, suscitando molti interrogativi, su una guerra insensata, violenta e intrisa di odio che divide due popoli fratelli e che ormai da tanto tempo produce solo morte e distruzione. Papa Leone, nel messaggio inviato a firma del Cardinale Segretario di Stato, a seguito dell’attacco militare israeliano contro la Chiesa Cattolica della Sacra Famiglia a Gaza, ha ribadito il suo appello per “un immediato cessate il fuoco” esprimendo al tempo stesso la “profonda speranza” per un “dialogo”, che porta alla “riconciliazione e alla pace durevole nella regione”.
Nel mare della distruzione e nell’oceano della violenza, che avvolge la Terra Santa e di conseguenza Israele e la Palestina, le parole del Santo Padre, come hanno notato erroneamente diversi osservatori, giornalisti ed esperti di politica internazionale, possono suonare “leggere”, “poco incisive”. D’altra parte però, si rischia con le parole di provocare ulteriori conflitti ed esasperare il dolore delle parti coinvolte. Un giornalista ebbe ad affermare (purtroppo), che “i media, la stampa, mietono più vittime rispetto alle guerre accese in giro per il mondo”. Dunque, la denuncia del Papa, non vuole essere divisiva o fonte di polemiche, ma invita all’incontro, a cercare strade inedite di dialogo schietto e sincero che pur nella diversità delle vedute e delle posizioni politiche, possa portare ad un processo di pacificazione e di riconciliazione.
Sono sempre attuali le parole del salmo: “Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme! Perché là il Signore manda la benedizione, la vita per sempre”. (cfr. Salmo 133). Alla luce di questa profezia salmica, il futuro della Striscia di Gaza, – come più volte ha affermato il Patriarca di Gerusalemme-, è nelle mani degli uomini di buona volontà, che nonostante le guerre, le violenze, cercano di costruire “un domani fraterno”, libero da logiche ed interessi di parte.
L’ultimo attentato nella chiesa cattolica della Sacra Famiglia e la telefonata a Papa Leone da parte di Netanyahu.
L’attentato alla parrocchia Latina di Gaza, ha suscitato (quasi) una indignazione mondiale, che purtroppo come spesso accade per questi terribili eventi, rimane lettera morta. Da una parte abbiamo le luci dei riflettori che si accendono per denunciare fatti gravissimi, dall’altra appena i riflettori si spengono, tutto rimane avvolto nell’alveo di promesse che non trovano mai una realizzazione concreta in ordine alla giustizia e al ristabilimento della pace. Se non si affrontano i problemi che stanno alla radice del conflitto che dura da quasi un secolo, nei cicli storici che si susseguono, le guerre ritornano sempre con maggiore ferocia. Tutto ciò porta a sviluppare ideologie politiche, religiose e nazionalistiche che “copiano e ripropongono” schemi pericolosi, i quali intaccano irrimediabilmente la convivenza tra i popoli. Grande responsabilità sulla questione arabo-israeliana, è da ricondurre ai media, alle lobby e anche all’azione politica e militare, che discostandosi dal diritto internazionale, non trova la strada giusta per giungere alla soluzione del conflitto.
Nel corso della telefonata tra il primo ministro israeliano Netanyahu, e Papa Leone, che simbolicamente aveva già telefonato al Patriarca latino di Gerusalemme, mentre entrava nel territorio di Gaza, è stato evidenziata da parte del Pontefice la necessità di “ridare slancio all’azione negoziale e raggiungere un cessate il fuoco e la fine della guerra”. Inoltre, il Santo Padre, ha “ribadito l’urgenza di proteggere i luoghi di culto, nonché i fedeli e tutte le persone che vivono in Palestina e Israele, chiedendo rispetto per la sacralità della vita umana e della libertà religiosa in ogni sua forma”. Certamente sono sottointese in questa affermazione quanto accade fuori e dentro Gaza: i cristiani che vivono in quelle terre, a causa di estremisti religiosi e di certa politica compiacente, sono in costante pericolo così come anche i luoghi di culto e quanto può essere riconducibile alla fede cristiana. Qui non possiamo elencare i gesti gravissimi che in questi ultimi anni hanno messo a dura prova “l’abitare insieme la terra dei padri”. Forse non si è capito che ogni uomo, è fratello e sorella, e che tutti in qualche modo per vivere nella pace, dobbiamo rinunciare a qualcosa per costruire la “Casa Comune”, cioè quello spazio di amicizia e di fraternità che diventano il “deterrente” alle guerre e alle divisioni.
Il profeta, ricorda in modo particolare agli ebrei, che “Gerusalemme, è la casa di tutti i popoli” (cfr. Isaia 2), e non la casa esclusiva di alcuni. In questi versetti Isaia descrive come, alla fine dei tempi, il monte del tempio di Dio sarà elevato e tutte le nazioni affluiranno a Gerusalemme per imparare le vie del Signore e camminare nei suoi sentieri. Infatti, -continua Isaia-, Dio giudicherà tra le nazioni e sarà l’arbitro tra molti popoli, e che le nazioni trasformeranno le loro armi in strumenti di pace.
Oggi in Israele accade il contrario: i surrogati religiosi e politici, destabilizzano la convivenza, storpiano e strumentalizzano la Torah, per escludere, invece che aprire a tutti ed indistintamente le porte non solo quelle fatte di legno ma soprattutto quelle del cuore, perché figli dell’unico Dio. Quando non si comprende tutto ciò, allora “la vita dell’altro, dal diverso da me”, non vale nulla e di conseguenza può essere annientata, distrutta, bombardata e brutalizzata. Agire in questo modo è bestemmiare Dio, il quale non vuole la morte di nessuno, ma la vita in abbondanza.
Partendo da questi presupposti basilari, è possibile aprire il cantiere del dialogo interreligioso, che partendo dalla libertà religiosa -che non deve essere limitata a nessuno-, possa dare una svolta decisiva a quanto accade attorno a noi. Al di là delle grandi affermazioni teologiche che lo fondano, bisogna sottolineare come nella vita quotidiana della gente, questi concetti sono per molti la cifra di una convivenza sana che forgia comunità e culture. Lo affermava anche Papa Francesco: “si può giungere al dialogo, guardando come tanti uomini e donne differenti tra loro per cultura e religione, sanno dare la vita per edificare un mondo fraterno e giusto”.
Don Salvatore, per tanto tempo sei stato a Bruxelles, lavorando in ambiti istituzionali delicati. A partire da questa esperienza che cosa ritieni utile per scongiurare la guerra?
Il ruolo delle istituzioni internazionali politiche e militari come la NATO, hanno come obiettivo quello di garantire la sicurezza e la difesa collettiva dei suoi membri. Sono complesse e articolate le strutture decisionali, che devono confrontarsi con un mondo in rapido cambiamento e con scelte politiche che portano a confronti molto aspri e divergenti tra loro. Anche il modo di affrontare i diversi conflitti in giro per il mondo, dipende dal mandato che si riceve dalle superiori autorità. Evidentemente con lo scoppio della guerra in Ucraina, soprattutto la NATO, così come anche altre articolazioni internazionali a sfondo politico e non governativo, hanno iniziato un processo di adeguamento e di cambiamento, per rispondere alle nuove esigenze che si presentano.
Sono convinto che tanto più le organizzazioni internazionali si allontanano dai bisogni reali dei popoli, tanto più si aprono ferite che agli occhi dell’opinione pubblica, possono apparire insanabili. A mio modesto parere, dovrebbe essere fondamentale, dentro queste istituzioni il perseguimento della pace, e non lo sviluppo delle dottrine “offensive e guerrafondaie” che alimentano il commercio delle armi, più volte denunciato da Papa Francesco e da Papa Leone. I popoli, hanno necessità di ritrovare una rinnovata fraternità, fondata non su accordi che prima o poi falliscono, ma su basi solide e valori condivisi.
Papa Leone, all’inizio del suo pontificato ha lanciato un appello che dovrebbe essere ascoltato da quanti prendono decisioni che portano alle guerre e alla morte: “questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente”. E ancora: “Dio ci vuole bene, Dio vi ama tutti, e il male non prevarrà! Siamo tutti nelle mani di Dio. Pertanto, senza paura, uniti mano nella mano con Dio e tra di noi andiamo avanti! Siamo discepoli di Cristo. Cristo ci precede. Il mondo ha bisogno della sua luce. L’umanità necessita di Lui come del ponte per essere raggiunta da Dio e dal suo amore. Aiutateci anche voi, poi gli uni gli altri a costruire ponti, con il dialogo, con l’incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace”. (Prima Benedizione “Urbi et Orbi” del Santo Padre Leone XIV, 08/05/2025). Un programma da attuare senza paura, che potrebbe dare una svolta significativa ad un mondo immerso nelle tenebre e nelle guerre che apparentemente sembrano senza soluzioni.
Quanto sono importanti, a beneficio della pace, gli incontri ecumenici ed interreligiosi come quello recentemente celebrato a Palermo in occasione del Festino di Santa Rosalia?
L’Arcivescovo di Palermo, Mons. Corrado Lorefice, nella sua visione pastorale, ha compreso che il futuro della nostra società e quindi della Chiesa è saper “abitare insieme nella fraternità la città degli uomini”. Palermo è una città che storicamente ha avuto sempre le porte aperte verso tutti. Anche la sua conformazione geografica dice accoglienza, ospitalità e accettazione. Ciò ha plasmato la Chiesa palermitana e la società civile. Certamente non mancano le polarizzazioni alimentate da ideologie identitarie basate su concetti che invece di unire, dividono. Questa è la sfida: saper coabitare insieme, in un contesto multireligioso e multiculturale, accentando quanto tutto questo richiede. Perché vengono accentuati costantemente quasi martellando attraverso i mezzo di comunicazione, gli aspetti negativi, e mai esaltato il bene che cresce silenziosamente come una foresta?
Dobbiamo avere il coraggio di costruire ponti senza scoraggiarci, per crescere insieme ed in armonia. La pace, si costruisce così. Dal basso, ma con gli occhi rivolti verso l’alto. Non bisogna aver paura di fare del bene, di immaginare la pace, di vivere come fratelli, di abbandonarsi all’amore senza condizioni. Palermo, vive una stagione impegnativa, che potrebbe essere un modello significativo, per il resto del mondo.
Ci troviamo a vivere nel Mediterraneo, crocevia di popoli, culture e religioni. La nostra terra ci insegna che quando “insieme” si vuole raggiungere il bene comune, proprio allora accade il miracolo della fraternità e della pace. In fondo è quello che ha predicato il Signore, nel Vangelo: “amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (cfr. Gv 15, 9-17). Questo insegnamento-comando di Gesù, non è rivolto soltanto ai “suoi” a quelli che “gli sono più vicini”, ma è la sfida che il Signore affida, affinché tutti ci possiamo intendere “fratelli” e non “nemici”.
In questa direzione, non possiamo non guardare con speranza alla perseveranza dell’Arcivescovo don Corrado, nell’investire tempo, risorse, e anche critiche a questo ambito del dialogo interreligioso che certamente è come un seme gettato nella terra che a poco a poco innaffiato con amore e con pazienza, diventerà un albero rigoglioso dove ognuno può trovare riparo: “Siamo fatti per stare con gli altri, non per rimanere individui isolati, magari tristi, rancorosi, aggressivi. Oggi il contesto locale e planetario vorrebbe spingerci verso una lotta di tutti contro tutti, verso un ritorno all’idea che homo homini lupus, che ogni uomo è “lupo” all’altro uomo, che solo nella lotta fratricida risiede il senso ultimo dell’umano. Noi nel nostro stesso ritrovarci, vogliamo dire il contrario: l’incontro autentico, il dialogo nutriente, la condivisione generosa sono la strada che crea e fa crescere l’umanità nella cornice del Creato tutto, in una integrazione intima e necessaria”. (Fraternamente Insieme a servizio della pace nella Casa Comune, L’Arcivescovo apre le porte di casa sua, 10 Luglio 2025). Da qui è possibile partire per avere uno sguardo ampio, con orizzonti che si perdono dentro il cuore di Dio e dell’uomo.
Ed ecco che l’Arcivescovo, analizzando la situazione della “sua Palermo”, legge con chiarezza quanto accade nel mondo, unendo idealmente storie che apparentemente non hanno nulla in comune, ma che in definitiva sono legate da un filo invisibile che è l’amore per l’umanità e la pace: “ricordo stamattina con voi tutti i testimoni di pace che nelle nostre confessioni religiose lavorano, nell’oscurità o in pubblico, perché venga un mondo nuovo. Ognuno di voi, ognuno di noi, ne ha qualcuno davanti: penso ai 233 sacerdoti e teologi ortodossi che hanno dichiarato la loro contrarietà alla guerra, a ogni forma di guerra; ai musulmani e agli ebrei che appena alcune settimane fa hanno manifestato insieme per la fine della guerra a Gaza e per il rilascio degli ostaggi, nel nome di Vivian Silver, e hanno detto parole chiarissime contro la follia del conflitto; penso ai testimoni di pace in Africa, in Congo, di fronte a una guerra disumana, come Padre Mbara o come il mio grande amico Padre Giovanni Piumatti; a quanti ancora operano per la pace in Sudan, nella peggiore e nella più dimenticata delle crisi internazionali; penso a figure luminose del buddhismo come Daisaku Ikeda, alla cui memoria rivolgo un pensiero affettuoso; mi riferisco insomma a quanti difendono nella loro stessa carne la speranza di un tempo nuovo di gioia e di pace per tutti i popoli”. (Fraternamente Insieme a servizio della pace nella Casa Comune, L’Arcivescovo apre le porte di casa sua, 10 Luglio 2025). Mi piace concludere con le parole profetiche di don Tonino Bello: “in piedi costruttori di pace”. Sì, alziamoci in piedi, e con la nostra vita rendiamo testimonianza alla pace perché la nostra Casa Comune possa essere sempre più bella e fraterna.
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