Riscoprire il valore del battesimo, ripartire dalla centralità dell’Eucarestia, rivalutare l’originalità del cristiano e leggere la sinodalità non come un vuoto slogan ma come modalità costitutiva della Chiesa, senza per questo trasformarla in un’assemblea parlamentare.
Si intitola “Tra voi, però, non sia così” la proposta che l’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, ha consegnato a inizio luglio alla Chiesa ambrosiana in vista del prossimo anno pastorale e che è consultabile cliccando qui.
Gli scritti di Delpini
Un’iniziativa che in realtà non è una novità: Delpini in questi anni ha redatto documenti pregevoli, teologicamente profondi e pastoralmente innovativi e questo non fa eccezione, rappresentando un punto di riferimento anche per altre realtà locali. Pubblicato all’inizio dell’estate, darà al popolo di Dio il tempo di farlo proprio e ai responsabili di programmare per tempo il cammino 2025/2026.
La vera sinodalità
La proposta pastorale parte da una base solida, ossia il Documento finale del Sinodo dei vescovi (XVI assemblea generale ordinaria) a cui Papa Francesco ha dato dignità magisteriale, provando però a calarla in modo pratico nella realtà particolare ambrosiana e partendo da una considerazione brutalmente veritiera.
Delpini è stato tra i firmatari del Documento che la Chiesa italiana proverà a recepire nei prossimi mesi (dopo la bocciatura dello scorso aprile) e ammette che la sinodalità è una parola che “è stata ripetuta con tale insistenza in questi anni – almeno tra ‘gli addetti ai lavori’ –, a proposito e a sproposito, come una tesi, come una rivendicazione, come un rimprovero, come un’esperienza promettente che forse è finita per logorarsi e venire a noia”.
L’arcivescovo meneghino prova così a recuperare il vero senso della sinodalità, seguendo le parole pronunciate da Papa Leone XIV nell’omelia della veglia di Pentecoste: “Dio ha creato il mondo perché noi fossimo insieme. ‘Sinodalità’ è il nome ecclesiale di questa consapevolezza. È la via che domanda a ciascuno di riconoscere il proprio debito e il proprio tesoro, sentendosi parte di un intero, fuori dal quale tutto appassisce, anche il più originale dei carismi. Vedete: tutta la creazione esiste solo nella modalità dell’essere insieme”.
Sinodalità che però non è sinonimo di democrazia. “La responsabilità di colui che presiede – si legge nel documento – è di servire la gente perché sia custodita la comunione che è dono di Dio e sia riconoscibile l’unità della comunità […] Il prete, che presiede l’Eucaristia e, in nome del vescovo, è a servizio della comunione, ha un ruolo irrinunciabile e benedetto. È necessario coltivare la fierezza di questo servizio e circondare di stima i discepoli che se ne fanno carico entrando nel ministero ordinato. La sinodalità non è una riduzione del ruolo del prete, ma una sua esaltazione. La corresponsabilità non è un attentato al potere del prete, ma la forma cristiana per onorare la dignità battesimale e promuovere la comunione come dono di Dio e vita comunitaria”.
L’originalità del cristiano
La società di oggi, che prova a relegare la fede a una dimensione prettamente privata, ha dimenticato l’originalità del cristianesimo.
Il cristiano, scrive Delpini, ha legami familiari come tutti ma considera ogni persona come fratello; vive buoni e cattivi rapporti ma pratica il perdono; è responsabile dell’annuncio del Vangelo, senza presumere di averlo compreso fino in fondo. Guarda al presente e al futuro con apprensione, certo, ma animato da invincibile speranza.
I cristiani “sono guidati dalla persuasione che l’organizzazione, i ruoli, le iniziative non hanno altro fine che quello di aiutare le persone a incontrare Gesù […] Avvertono, come tutti, il peso delle strutture e le lentezze dell’istituzione, ma sono originali. Amano la Chiesa, sono lieti di essere Chiesa”.
Una missione “imbarazzante”
In quest’ottica, l’arcivescovo prova a sferzare i credenti: “Il linguaggio piuttosto innocuo dei documenti può assopire le comunità in un assestamento nell’inerzia che ripete la prassi di sempre perché legge le parole di sempre”.
Un tema, quello della missione, che ridotto a luogo comune rischia di diventare “imbarazzante” per le comunità cristiane, segnale di una “crisi di fede che spegne ogni desiderio di condivisione, convince alla reticenza a proposito di Gesù”.
Da qui i possibili rimedi: non semplici buoni propositi ma una riscoperta autentica del proprio battesimo, della centralità della Parola di Dio, dei ministeri istituiti che a Milano finora non erano stati aperti ai laici.
Ma anche alcune iniziative che possono provocare scetticismo e apparire come un “impegno in più”, possono essere decisive per rendere “significativa la testimonianza dei cristiani nella vita ordinaria e responsabilizzare tutti i battezzati perché si facciano carico della missione”. L’obiettivo è una Chiesa che, pur non dicendo sì a tutto, comunque sia capace di ascoltare e accogliere tutti.
L’Eucarestia fa la Chiesa
Delpini ricorda che, a fondamento di tutto, resta l’Eucarestia, nonostante ormai molti battezzati sembrano poterne fare a meno. “Per molti – a quanto sembra – la partecipazione alla messa domenicale è un dovere un po’ noioso che si aggiunge alle molte cose da fare. La vita di comunità cristiane di altri Paesi racconta che i cristiani affrontano anche molte fatiche e pericoli per partecipare alla messa, che sentono come necessaria. Nel nostro territorio, forse in altri tempi essere cristiani si esprimeva nell’’andare almeno a messa’, come se la partecipazione al rito fosse sufficiente per l’adempimento dei propri doveri. Al contrario, per molti oggi è abituale dichiararsi cristiani, anche se ‘non sono praticante e a messa ci vado poco’. I due atteggiamenti rivelano una inadeguata comprensione della vita cristiana e della sua origine e forma”.
La proposta pastorale per Milano riparte dall’anno liturgico, dall’Eucarestia “presieduta dal ministro ordinato“; “non possiamo salvarci dal pericolo di ridurre la vita cristiana a organizzazione, iniziative, riunioni, calendari, se non ci lasciamo accendere il cuore dalla parola di Gesù e se non lo riconosciamo nello spezzare del pane”.
Un principio che però ha delle implicazioni: se la Chiesa nasce dalla celebrazione della liturgia, questa deve essere preparata e adeguatamente curata, tanto da spingere il presule a insistere affinché in ogni parrocchia ci sia un gruppo liturgico.
Famiglia, scuola di sinodalità
Fissati i due capisaldi, battesimo ed eucarestia, si tratta poi di spingersi più in là. “Il cambiamento d’epoca cambia anche la comunità cristiana e la sua presenza nella storia, perché il territorio non è un fossile, ma un fluido e la vita della gente assomiglia di più a un migrare che a un abitare”.
I cristiani devono coltivare l’unità, così come i presbiteri fra loro e con il vescovo, devono praticare la riconciliazione (anche con celebrazioni penitenziali comunitarie), devono imparare la sinodalità guardando alla famiglia, “scuola di pratica sinodale”.
“La differenza decisiva tra uomo e donna, la relazione intergenerazionale, la responsabilità verso il generare, l’accudire, l’educare e il curare sono la pratica di cui vive l’umanità e sono espressione di un camminare insieme che offre elementi istruttivi per tutti”.
Foto tratta da pexels.com
Per approfondire
“Tra voi, però, non sia così” (il testo)
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