Introduzione

Sono passati ormai 9 anni, da quando Papa Francesco alla presenza delle massime autorità della Chiesa Armena, celebrò nel centenario del “grande male”, il “genocidio degli armeni”, una solenne Santa Messa, durante la quale condannò chiaramente il crimine mostruoso degli omicidi di massa degli armeni. Sembra passato un secolo. Nessuno più ricorda il monito del Santo Padre, e le condizioni del popolo armeno non sono certo migliorate. Lo spettro della guerra e della pulizia etnica si aggira anche in quella zona. Gli armeni vivono costantemente nella paura, tanti giovani non sono più tornati a casa, perché uccisi nelle battaglie contro l’esercito azero. L’Armenia, prima nazione cattolica della storia, non riesce a vivere in pace. Ecco, ci troviamo a vivere dentro un altro segmento della “guerra mondiale combattuta a pezzi”. Una guerra poco conosciuta, o meglio un conflitto che non riscuote una attenzione particolare da parte della comunità internazionale.  Probabilmente insieme agli ebrei, gli armeni, hanno avuto la storia più tormentata degli ultimi secoli. Una storia segnata sin dagli inizi. Trasferendosi dalle steppe russe e dalle pianure del basso Danubio, tra il nono e il settimo secolo avanti Cristo e attraversando il Bosforo per raggiungere la Frigia, gli armeni finirono per stabilirsi esattamente nel crocevia di ogni futura conquista e scorreria. Non ci fu invasione dall’Asia verso l’ Europa e dall’ Europa verso l’Asia che non coinvolse la loro roccaforte montuosa, ambita da tutti per la posizione dominante verso le grandi vie del Tigri e dell’ Eufrate. Eppure la storia degli armeni non si può capire se non partendo dalla loro fede.  La tradizione attribuisce il primo annuncio cristiano in terra armena agli apostoli Bartolomeo e Taddeo. La conversione dell’intero popolo – primo al mondo – al cristianesimo avviene nel 303. Le vicende di questo popolo sono una testimonianza straordinaria di fedeltà al messaggio evangelico, pagata duramente, anche a costo della vita stessa.

Gli armeni resistettero con coraggio all’invasione arabo-musulmana. Crearono tra IX e XI secolo un fiorente regno cristiano, entrarono in complesse relazioni con Bisanzio e con i crociati, fondarono fra le montagne del Tauro e il golfo di Alessandretta, vale a dire nella regione chiamata Cilicia, un regno della cosiddetta “piccola Armenia” che si mantenne, con alterne vicende, fino al Seicento. Fu allora che gran parte dell’ Armenia entrò a far parte dell’ Impero Ottomano. Armena era Edessa (oggi Urfa in Turchia), la città del “mandylion” della Veronica, armena è la grande montagna dell’Ararat (5156 metri) dove la leggenda e alcuni archeologi contemporanei pongono i resti dell’Arca di Noè, armeni erano i molti mercanti che, fieri della loro appartenenza alla fede cristiana, commerciavano nel mondo allora conosciuto.

2023: l’anno della vergogna

Dopo l’imposizione di oltre nove mesi di isolamento da parte degli azeri, che ridussero la popolazione armena locale allo stremo, le autorità dell’Azerbaijan decisero di intervenire militarmente per porre fine all’Artsakh (Nagorno Karabakh), un’entità de facto indipendente emersa con il crollo dell’Unione Sovietica. A partire dalla propria posizione di superiorità militare, l’Azerbaijan chiese e chiede alla comunità armena locale di arrendersi, dissolvendo tutte le unità militari armene e i propri organi di amministrazione. Dopo un giorno di combattimenti, la resa dei rappresentanti armeni è arrivata: si incontreranno il 21 settembre con una delegazione governativa dell’Azerbaijan, in sostanza, per discutere i termini della capitolazione. Nessuna garanzia è stata ottenuta a favore della comunità armena. Da parte di Baku, infatti, scarseggiano le rassicurazioni di lungo periodo per i residenti della regione. Anche le poche rassicurazioni che arrivano, come ad esempio l’offerta di corridoi umanitari per evacuare i civili, sono state effettivamente come una minaccia di pulizia etnica.

L’impotenza dell’Armenia in questo contesto è in parte dovuta alla sua stessa vulnerabilità. L’Azerbaijan ha infatti preso iniziativa per far capire che in caso di una nuova guerra a rischio non sarebbe solo la popolazione armena del Nagorno Karabakh, ma anche l’Armenia stessa. Le minacce di Baku non si sono limitate a dichiarazioni ufficiali revisioniste secondo cui il territorio dell’odierna Armenia sarebbe in realtà storico territorio azero, ma si sono concretizzate in estese azioni militari nell’autunno del 2022 che hanno coinvolto aree situate all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti dell’Armenia, ben lontano dai territori contesi del Nagorno Karabakh. Quell’intervento ha rafforzato le posizioni azere lungo il confine rendendo ancora più esplicita la minaccia militare nei confronti dell’Armenia ed evidenziano ulteriormente quanto sia del tutto concreta la possibilità da parte dell’Azerbaijan di avanzare nella regione armena di Syunik fino a raggiungere l’exclave azera del Nakhchivan. E proprio in questi giorni, alla vigilia dell’anniversario del genocidio, molti armeni hanno protestato per la decisione governativa che avrebbe “accettato” di cedere altri villaggi di confine, all’Azerbaigian. Gli abitanti di Kirants, nella zona di Tavush, hanno bloccato la strada interstatale Armenia-Georgia (Yerevan-Tbilisi). L’arcivescovo # Bagrat Galstanyan, sta cercando di mediare tra la popolazione e la polizia. La situazione rimane molto tesa. Ma ora torniamo al 2015.

12 Aprile 2015: il Papa riconosce solennemente le violenze subite dal popolo armeno

Il 12 aprile 2015, in occasione dell’anniversario del genocidio degli Armeni, Papa Francesco, durante la solenne Celebrazione commemorativa alla presenza delle più alte cariche ecclesiastiche e politiche dell’Armenia, pronunciò parole molto forti sulle sofferenze subite da quella gente. Denunciò con coraggio le violenze subite dal popolo armeno, per mano dell’Impero Ottomano. Bergoglio, non esitò ad affermare che il “grande male” è stato il primo genocidio del XX secolo. L’ira della Turchia, per i pronunciamenti del Papa, fu molto dura. Il nunzio Mons. Lucibello fu convocato immediatamente dal governo di Ankara, che espresse “disappunto”, per le parole pronunciate dal Pontefice. Successivamente il governo, richiamò il proprio ambasciatore dalla Santa Sede. Il ministro degli esteri Cavuysoglu, definì “inaccettabili” le parole di Francesco, scrivendo su twitter che “le dichiarazioni del Papa, che non sono fondate su dati storici e legali, sono inaccettabili”. La Turchia nonostante le inoppugnabili prove storiche, continua a negare che quello del 1915-16 sia stato un genocidio e combatte una guerra diplomatica permanente per cercare di impedire che sia riconosciuto all’estero da un numero crescente di stati. Anzi, è stato il primo genocidio che ha preceduto la Shoah degli ebrei in Europa.

Nella delicata situazione geopolitica odierna, la Turchia occupa un posto rilevante. Ai confini del suo territorio, bussa alla porta lo stato islamico, per ottenere appoggi politici e militari e con il quale intrattiene rapporti ambigui e destabilizzanti, che influiscono negativamente sulla presenza dei cristiani in medioriente e l’avanzata del terrorismo islamico. Non possiamo dimenticare che la Turchia è il Paese dove negli ultimi anni i cattolici hanno pagato un tributo di sangue molto alto: don Andrea Santoro è stato ucciso a Trebisonda nel 2006, e il vescovo Luigi Padovese è stato ucciso a Iskenderun nel 2010. Per non citare le restrizioni in materia di libertà religiosa a cui sono sottoposte le varie confessioni religiose di matrice cristiana. Il sangue degli innocenti continua a gridare al cospetto di Dio. Esige giustizia.  La Chiesa Armena, dopo qualche giorno dopo la solenne Messa in San Pietro, durante una solenne Celebrazione canonizzò tutte le vittime del genocidio, riconoscendo il martirio di quanti furono trucidati in nome della fede e dell’appartenenza etnica. E’ opportuno riproporre l’impegno della Chiesa cattolica, nel riconoscere il genocidio generato dalla follia dell’uomo nei confronti degli Armeni, a partire da Benedetto XV Giacomo Della Chiesa, fino a Papa Francesco.

Benedetto XV e gli armeni

“V.S.Illma faccia, Nome Santo Padre, le più vive istanze presso cotesto ministero Esteri…, affinché i poveri armeni siano rispettati dai turchi rioccupanti territorio attribuito loro nel trattato pace con Russia”. Il 12 marzo 1918 il delegato apostolico di Costantinopoli mons. Dolci riceve questo telegramma cifrato del segretario di Stato vaticano, il cardinale Gasparri, in cui, appunto, si intravede l’attenzione, anzi l’ansia, della Santa Sede – e in questo caso, del Papa Benedetto XV – rispetto alla sorte terribile a cui sono andate incontro le popolazioni armene, ossia una vera e propria strategia di distruzione sistematica degli armeni da parte del governo ottomano. In particolare, il telegramma citato si riferisce alla situazione creatasi, dopo le vicende belliche della Prima Guerra Mondiale e la Rivoluzione d’Ottobre in Russia, nonché la creazione di una Repubblica Armena indipendente, che però subiva pressioni e attacchi da parte dell’Impero ottomano e da parte delle autoproclamatesi repubbliche azere e armene.

L’illusione degli Armeni di poter essere finalmente un Paese e una patria durò davvero poco: dal 1918 al 1922, il tempo della Repubblica, poi spazzata via inesorabilmente. La Santa Sede, in prima linea per far cessare i massacri, cercò in questo lasso di tempo di appoggiare l’Armenia agendo, nei limiti del possibile, presso le potenze occidentali e avviando i primi contatti in vista di regolari rapporti diplomatici con il nuovo Stato. In ogni caso, Benedetto XV ha compiuto passi significativi a sostegno degli armeni: la sua Nota alle potenze belligeranti, inviata il 1° agosto 1917, al punto numero 5 invocava «l’assetto dell’Armenia», alla pari di quanto si chiedeva per gli Stati balcanici e per la Polonia. A chi potesse obiettare che, forse, l’appoggio all’Armenia, da parte del soglio pontificio, non fosse del tutto disinteressato, c’è invece da rispondere, che la Santa Sede aveva semplicemente a cuore le sorti di un popolo fiero e nobile, orgoglioso del suo “primato” di nazione cristiana, perseguitato e condannato a rischiare persino l’estinzione.

San Giovanni Paolo II e gli armeni

Il 9 novembre 2000 Papa Giovanni Paolo II e il Catholicos Karekin II, il capo della Chiesa apostolica armena, firmavano a Roma un «comunicato congiunto» nel quale si parlava esplicitamente del «genocidio armeno»: “I capi delle nazioni non temevano più Dio né essi provavano vergogna di fronte al genere umano. Il XX secolo è stato contrassegnato per noi da una estrema violenza. Il genocidio armeno, all’inizio del secolo, ha costituito un prologo agli orrori che sarebbero seguito. Due guerre mondiali, innumerevoli conflitti regionali e campagne di sterminio deliberatamente organizzate che hanno tolto la vita a milioni di fedeli”. L’iniziativa provocò una durissima reazione diplomatica della Turchia. Mercoledì 26 settembre 2001 durante il viaggio in Armenia, San Giovanni Paolo II e S.S. Karekin II si recarono al Memoriale di Tzitzernakaberd, complesso architettonico costruito a Yerevan a ricordo delle vittime armene cadute nel 1915 per mano dell’Impero Ottomano. Anche se Papa Woytila, evitò di usare la parola “genocidio”, i riferimenti furono altrettanto espliciti e senza ambiguità. Dopo aver pregato insieme per tutte le vittime della nazione armena e per la pace nel mondo, il Papa recitò una preghiera, che ripropongo alla vostra attenzione:

O Giudice dei vivi e dei morti, abbi pietà di noi!
Ascolta, o Signore, il lamento che si leva da questo luogo,
l’invocazione dei morti dagli abissi del Metz Yeghérn,
il grido del sangue innocente che implora come il sangue di Abele,
come Rachele che piange per i suoi figli perché non sono più.
Guarda al popolo di questa terra,
che da così lungo tempo ha posto in te la sua fiducia,
che è passato attraverso la grande tribolazione
e mai è venuto meno alla fedeltà verso di te.
Asciuga ogni lacrima dai suoi occhi
e fa che la sua agonia nel ventesimo secolo
lasci il posto ad una messe di vita che dura per sempre.
Profondamente turbati dalla terribile violenza inflitta al popolo armeno,
ci chiediamo con sgomento come il mondo possa ancora
conoscere aberrazioni tanto disumane.
Ma rinnovando la nostra speranza nella tua promessa, o Signore,
imploriamo riposo per i defunti nella pace che non ha fine,
e la guarigione, mediante la potenza del tuo amore, di ferite ancora aperte.
La nostra anima anela a te, Signore, più che la sentinella il mattino,
mentre attendiamo il compimento della redenzione conquistata sulla Croce,
la luce di Pasqua che è l’alba di una vita invincibile,
la gloria della nuova Gerusalemme dove la morte non sarà più.
O Giudice dei vivi e dei morti, abbi pietà di noi!
Signore pietà, Cristo pietà, Signore pietà (in Armeno)”.

Benedetto XVI e gli armeni 

Benedetto XVI, ricevendo Nerses Bedros XIX Tarmouni, patriarca di Cilicia degli armeni, il 20 Marzo 2006, accompagnato dai componenti del Sinodo patriarcale, nel discorso pubblico affermò: “La Chiesa armena, che fa riferimento al Patriarcato di Cilicia, è certamente partecipe a pieno titolo delle vicende storiche vissute dal popolo armeno lungo i secoli e, in particolare, delle sofferenze che esso ha patito in nome della fede cristiana negli anni della terribile persecuzione che resta nella storia col nome tristemente significativo di Metz Yeghèrn, il Grande Male”.

Papa Francesco e gli armeni

Papa Francesco alla presenza delle più alte cariche ecclesiali ed istituzionali armene, nell’ormai famosa e storica Celebrazione di commemorazione, affermò: “In diverse occasioni ho definito questo tempo un tempo di guerra, una terza guerra mondiale ‘a pezzi’, in cui assistiamo quotidianamente a crimini efferati, a massacri sanguinosi e alla follia della distruzione. Purtroppo ancora oggi sentiamo il grido soffocato e trascurato di tanti nostri fratelli e sorelle inermi, che a causa della loro fede in Cristo o della loro appartenenza etnica vengono pubblicamente e atrocemente uccisi – decapitati, crocifissi, bruciati vivi –, oppure costretti ad abbandonare la loro terra.

La nostra umanità ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, quella che generalmente viene considerata come «il primo genocidio del XX secolo» (Giovanni Paolo II e Karekin II, Dichiarazione Comune, Etchmiadzin, 27 settembre 2001); essa ha colpito il vostro popolo armeno – prima nazione cristiana –, insieme ai siri cattolici e ortodossi, agli assiri, ai caldei e ai greci. Furono uccisi vescovi, sacerdoti, religiosi, donne, uomini, anziani e persino bambini e malati indifesi. Le altre due furono quelle perpetrate dal nazismo e dallo stalinismo. E più recentemente altri stermini di massa, come quelli in Cambogia, in Ruanda, in Burundi, in Bosnia. Eppure sembra che l’umanità non riesca a cessare di versare sangue innocente. Sembra che l’entusiasmo sorto alla fine della seconda guerra mondiale stia scomparendo e dissolvendosi. Pare che la famiglia umana rifiuti di imparare dai propri errori causati dalla legge del terrore; e così ancora oggi c’è chi cerca di eliminare i propri simili, con l’aiuto di alcuni e con il silenzio complice di altri che rimangono spettatori. Non abbiamo ancora imparato che “la guerra è una follia, una inutile strage”.

Armenia ed Israele: amicizia mancata

Il genocidio degli armeni è culminato nel 1915-1917 nell’Impero ottomano è riconosciuto a livello internazionale dalla Chiesa cattolica, da una trentina di Stati e numerose istituzioni locali. In questo numero di Paesi non rientra però Israele. Nonostante una certa simpatia per l’Armenia, lo Stato ebraico ha continuato a condurre la sua politica nel Caucaso secondo linee della Realpolitik. Nello scontro ormai decennale tra azeri e armeni, l’Azerbaigian è risultato utile a Israele nel suo confronto con l’Iran. Non c’è memoria condivisa che tenga: Israele sostiene Baku. Oggi però questa fragilissima “intesa”, è appesa ad un filo. Gli azeri sono strettissimi alleati della Turchia di Erdogan, con i quali i rapporti diplomatici si sono deteriorati a causa dell’appoggio che il governo turco ha dimostrato nei confronti di Hamas, dopo l’attacco del gruppo terroristico ad Israele, il 07 ottobre 2023. Altresì, la piccola comunità amena presente a Gerusalemme, è coinvolta in una crisi senza precedenti con le autorità politiche di Gerusalemme e con i coloni israeliani, che vogliono occupare alcuni zone di proprietà armena. Durante il mese e mezzo della prima guerra nel Nagorno Karabakh combattuta tra il 27 settembre e 10 novembre 2020, in cui gli azeri riconquistarono buona parte dei territori che aveva perso a vantaggio dell’Armenia negli anni Novanta, emerse con chiarezza chi erano gli alleati degli azeri. Il conflitto provocò almeno cinquemila morti e si interruppe con l’armistizio imposto dalla Russia agli armeni, militarmente sconfitti. Un gran numero di armeni fuggì dalle zone conquistate dagli azeri e da quelle passate sotto il controllo della stessa Russia, che dispiegò duemila uomini come forza di interposizione. L’Azerbaigian ebbe il sopravvento nell’offensiva perché sostenuto dalla Turchia, sua stretta alleata, che lo avrebbe rifornito sia di forze mercenarie provenienti dalla Siria, sia di tecnologie avanzate, come i droni.

Ma anche Israele fu indirettamente coinvolto nel conflitto. Questo appoggio  però, segnò ulteriormente una profonda frattura con il popolo armeno. Secondo il Sipri di Stoccolma, il principale centro di ricerca sugli armamenti, nel periodo 2014-2018, Israele è stato l’ottavo esportatore mondiale di armi, con il 3,1 per cento del giro d’affari mondiale, e, dopo l’India, il principale acquirente di armi israeliane è stato proprio l’Azerbaigian, che rifornisce una quota considerevole dei consumi israeliani di gas e petrolio. Questo Paese, che fino al 1992 era parte dell’Urss, è di lingua e cultura appartenente all’area turca, e in maggioranza è musulmano sciita. Ma, come scriveva il Times of Israel nel marzo 2019: “L’Azerbaigian è visto come un importante alleato dello Stato ebraico, poiché condivide un confine con la nemesi di Israele, l’Iran”. Dunque, le relazioni diplomatiche fra Armenia e Israele non sono semplici. I rapporti diplomatici tra Tel Aviv e Yerevan (indipendente dal 1992), infatti, non si sono consolidati come si potrebbe immaginare e lo Stato ebraico ha mantenuto relazioni di basso profilo. Ma ad aumentare la delusione degli armeni, desiderosi di vedere riconosciuto a livello internazionale il loro tragico passato storico, vi è anche il rifiuto dello Stato ebraico di compiere questo passo, anche se le forze di opposizione nella Knesset hanno più volte cercato di far approvare ufficialmente il riconoscimento. Come abbiamo potuto notare, le guerre che insanguinano il Medio Oriente e la vicina Asia, sono collegate tra di loro. I fuochi da spegnere sono tantissimi. E come ha ripetuto il Patriarca Pizzaballa, per giungere alla pace, per donare ai popoli violentati e offesi la serenità e necessario partire dal basso, affinché si possano spegnere le divisioni e finalmente camminare insieme uniti nella fraternità.

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Di Don Salvatore Lazzara

Don Salvatore Lazzara (1972). Presbitero dell’Arcidiocesi di Palermo, ordinato Sacerdote dal cardinale Salvatore De Giorgi il 28 giugno 1999. Ha svolto per 24 anni il suo ministero presso l’Ordinariato Militare in Italia, dove ha avuto la gioia di incontrare e conoscere tanti giovani. Ha partecipato a diverse missioni internazionali dapprima in Bosnia ed in seguito in Libano, Siria e Iraq. Ha concluso il servizio presso l’Ordinariato Militare presso la NATO-SHAPE (Bruxelles). Appassionato di giornalismo, dapprima è stato redattore del sito “Papaboys”, e poi direttore del portale “Da Porta Sant’Anna”. Ha collaborato con il quotidiano “Roma” di Napoli, scrivendo e commentando diversi eventi di attualità, politica sociale ed ecclesiale. Inoltre, ha collaborato con la rivista di geopolitica e studi internazionali on-line “Spondasud”; con la rivista ecclesiale della Conferenza Episcopale Italiana “A sua immagine”, con il quotidiano di informazione on-line farodiroma, vatican.va e vatican insider. Nel panorama internazionale si occupa della questione siriana e del Medio Oriente. Ha rivolto la sua attenzione al tema della “cristianofobia” e ai cristiani perseguitati nel mondo, nella prospettiva del dialogo ecumenico ed interreligioso con particolare attenzione agli ebrei ed ai musulmani. Conosce l’Inglese, lo Spagnolo, l’Ebraico e l’Arabo.

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