Cosa conta davvero per i cattolici di oggi? Come vivere le difficoltà pastorali dei nostri tempi, senza perdere di vista la missione che Cristo ha affidato alla sua Chiesa? Sono alcune delle domande che l’arcivescovo di Torino, Roberto Repole, si è posto e a cui ha provato a rispondere nella lettera pastorale che nel luglio scorso ha inviato alla sua comunità.

Una lettera che, in poche pagine, traccia le linee guida per l’anno pastorale che sta iniziando ma la cui intensità e bellezza sono tali da meritare di essere letta anche dai cattolici che non vivono a Torino e Susa. La chiesa piemontese, del resto, sta facendo i conti con una carenza di sacerdoti (peraltro sempre più anziani) che ha portato ad alcune scelte radicali: accorpare le parrocchie, unire le comunità e chiedere a molti fedeli di spostarsi dal proprio quartiere pur di partecipare alla Messa domenicale. Nel comune di Grugliasco, per esempio, si passa da sei parrocchie a una, a Nichelino (altro centro del Torinese) da cinque a una.

Una situazione che al momento riguarda ampie zone del nord e del centro Italia (operazione simile è stata fatta anche in Umbria) ma che, inutile nasconderlo, nel giro di qualche anno potrebbe riguardare anche il sud e quindi toccarci da vicino. Ecco perché può essere interessante capire cosa si sta facendo altrove per iniziare a ragionare di come si potrebbe agire in futuro.

Pochi preti, come fare?

Repole parte non solo dal numero sempre più esiguo di presbiteri, ma anche da altre considerazioni: sempre più italiani non professano la fede cristiana e quindi il rischio, sostiene il vescovo, è di “investire tantissime risorse in attività pastorali che sembrano non portare frutto e di non provare a investire energie laddove si tratterebbe di osare qualche percorso nuovo”. “Possiamo continuare a mantenere tutte le parrocchie – si è chiesto il presule nel giugno del 2022 – immaginando che vi si svolga tutto quello che vi si svolgeva nel passato, chiedendo a un prete che – invece di essere parroco di una comunità – lo sia di diverse, senza cambiare nulla?”.

Cristo rende vivo il presente

L’arcivescovo, nella sua lettera intitolata “Quello che conta davvero”, parte da una citazione del Vangelo di Luca: «Diceva ancora alle folle: “Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo?”» (Lc 12,54-56). “Quanto Gesù lamenta è il fatto che chi lo ascolta vede ciò che accade esteriormente – continua Repole – ma è incapace di leggere in profondità il tempo che sta vivendo. Questa parola è indirizzata anche a noi: anche oggi la Chiesa è chiamata a riconoscere la presenza viva di Cristo: non esiste nessun tempo, neppure il nostro, che non sia bello e fecondo in quanto Cristo è presente”.

Il presule invita la Chiesa di Torino e la Chiesa di Tusa (guidate ambedue da Repole) a prendere coscienza del fatto che “mantenere il modello attuale significa condannarci a non essere più una presenza capace di trasmettere la ricchezza del Vangelo”, ma mette i cattolici in guarda da una possibile tentazione: quella di pensare che basti attuare qualche scelta organizzativa per “salvarci”, mentre bisogna avere “fiducia profonda che l’Atteso è Cristo e soltanto Lui e che quello che facciamo e scegliamo serve se ci aiuta a rimanere nell’attesa della sua venuta”.

Reti di parrocchie

Repole indica tre criteri: Parola e formazione; centralità dell’Eucaristia domenicale; fraternità. E da qui elenca una serie di indicazioni come percorsi di catechesi, esperienze di preghiera, cammini di lectio divina, prima di arrivare alle parrocchie: bisogna passare dalle tradizionali comunità a realtà più ampie e concentrarsi di più sulle scuole, sui luoghi di lavoro, sugli ospedali e sui luoghi frequentati dalle donne e dagli uomini di oggi. L’arcivescovo invita le comunità a collaborare e a immaginare realtà caritative e giovanili sovraparrocchiali, anche se il tema principale rimane quello dell’Eucaristia: “Non possiamo più limitarci a garantire la possibilità della Messa domenicale più comoda, soprattutto se ciò ha come conseguenza celebrazioni poco curate. Si deve avviare un processo che ci porti gradualmente a strutturare una rete di comunità presiedute da un prete, possibilmente coadiuvato da altri preti e da diaconi, costruita intorno a un centro eucaristico, cioè a quel luogo in cui le comunità convergono per la celebrazione domenicale”. E pazienza se questo significherà spostarsi: “Viviamo in una società nella quale ci si muove per ogni cosa (spesa, lavoro, medico…) – scrive l’arcivescovo – Se ci teniamo alla nostra vita cristiana, potremo dare più rilievo al valore di una celebrazione viva che alla fatica di qualche spostamento”.

Nuovi ruoli per preti e diaconi

Repole annuncia il riordino della Curia, valorizzando i laici, e propone anche “un modo nuovo di essere preti”: non più un prete a parrocchia, con realtà spesso concepite come “mondi chiusi in loro stessi”. I presbiteri dovranno svolgere una funzione di “presidenza di altre ministerialità diaconali e laicali”, i diaconi dovranno essere più impegnati “nella cura di quel tessuto di relazioni tra credenti” che prima svolgevano le parrocchie, i consacrati essere più presenti sul territorio.

Il ruolo dei laici

Poi c’è il capitolo dei laici: il presule annuncia di voler istituire accoliti e lettori, con una preparazione biennale ma che svolgeranno l’incarico solo per cinque anni così da evitare servizi “perpetui”, e vi aggiunge anche coordinatori della catechesi, animatori della carità, membro delle équipe-guida. Un soggetto, quest’ultimo, composto da tre laici che guidi le parrocchie dove il presbitero non può essere sempre presente.

Foto: Arcidiocesi di Torino

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Di Roberto Immesi

Giornalista, collabora con Live Sicilia, è Revisore dei Conti dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia e Membro dell’Unione Cattolica Stampa Italiana (UCSI), sezione di Palermo.

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