Comincia il viaggio con la prima gioiosa scoperta: La relazione

Nella Bibbia i comandamenti sono parte di un rapporto, di una relazione alleatica fraDio e il suo popolo. All’inizio del capitolo 20 del libro dell’Esodo leggiamo: «Dio pronunciò tutte queste parole» (v. 1), non dice comandi, nella tradizione ebraica, il Decalogo viene chiamato “le dieci Parole.

Che differenza c’è fra un comando e una parola? Il comando è una comunicazione che non richiede scambio o dialogo; la parola, invece, è il mezzo essenziale della relazione come dialogo. L’amore si nutre di parole, due persone che non si amano, non riescono più a comunicare. La parola ha in sé una forza creatrice, infatti quando qualcuno parla al nostro cuore, la nostra solitudine finisce. Dio decide di interrompere la solitudine dell’uomo e si comunica in queste dieci Parole.

Cos’è la Parola per Israele?

Facciamo solo un breve accenno a quella che è stata l’esperienza dell’esilio babilonese per Israele, il popolo è dilaniato, a Gerusalemme non c’è più il Tempio, i sacerdoti, coloro che li aiutano a fare memoria delle opere di Dio, sono stati portati via, sono senza speranza. Accade la stessa cosa di quando una persona che ci ama o amiamo ci toglie la parola, non ci rivolge più la parola, e ci sentiamo morire dentro! E ancora peggio, quando la relazione si è interrotta, le parole che ci vengono rivolte hanno il sapore dell’asprezza, è stato succhiato via l’amore. Ecco che ci chiediamo: Dio è padrone o Padre? Mi dona delle parole perché sono in relazione con Lui, oppure percepisco le sue Leggi come dei comandi perché mi sono allontanato/a da Lui?

Dio è Padre: non dimentichiamoci mai questo! Siamo sudditi o figli? Questo combattimento, dentro e fuori di noi, si presenta continuamente: mille volte dobbiamo scegliere tra una mentalità da schiavi e una mentalità da figli. Il comandamento è dal padrone, la parola è dal Padre.

Allora, il Signore mi chiede: “Tu, uomo, tu donna, ‘Dove sei?” (Gn 3,9). E Dio dal canto Suo ci svela chi è Lui per noi, per me.

Le dieci Parole iniziano così: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile» (Es 20,2).

Tu dove sei? E chi sei? E Dio si propone come “Io sono”.

“Io sono colui che sono” è la traduzione italiana comune, ma che non rende molto il significato profondo del Nome divino. Grammaticalmente la traduzione la si dovrebbe rendere con: «Io sarò colui che sarò», proprio per sottolineare la dinamicità e il perpetuo movimento che abbraccia il presente, il passato, ma anche il futuro di una promessa stabile. Nella cultura ebraica, dare un nome a qualcuno significa esercitare un certo potere su di lui. In un contesto dove esistono concezioni magiche, legate alla proprietà del nome, Dio rifiuterebbe di rivelare il proprio nome per non essere relegato al rango di idolo. E perché diciamocelo… Facciamo presto a possedere qualcuno!!! Persino Dio!

Un secondo significato potrebbe essere quello invece di affermazione dell’esistenza di Dio e cioè «Io sono colui che è», cioè, «Io sono l’essere per eccellenza», perché Egli solo ha consistenza, solidità.

Un terzo significato invece è l’affermazione dell’agire di Dio, il nome quindi di Dio è carico di promessa.

Un altro aspetto da evidenziare è che «Io sono il Signore, tuo Dio», esprime un possessivo, c’è una relazione, ci si appartiene. Dio non è un estraneo: è il tuo Dio. Col il PRIMO comandamento Dio si presenta ad Israele come donatore di libertà, per affermare che solamente l’uomo e la donna che accolgono la Sua Parola, sono davvero liberi perché sanno di dipendere da Qualcun altro. Ed ecco un punto nodale: LA LIBERTÀ! Smettendola di sentirci Dio! Magari non palesemente, ma con quella subdola convinzione che siamo indispensabili, che senza di noi il mondo si arresta e invece scopriamo di essere innanzitutto “dono per”, per Dio e l’altro.

È veramente libero chi si sente amato profondamente, facendo così un cammino di smascheramento, e di verità. Chi sa di essere amato, non teme nulla, neanche la propria fragilità e la morte!

Benedetto XVI dice che «la vocazione e la realizzazione dell’uomo consistono non nel rifiuto della legge di Dio, ma nella vita secondo la legge nuova, che consiste nella grazia dello Spirito Santo».

Per essere davvero liberi dobbiamo essere fortemente attaccati, vedi un lampadario di quelli enormi, preziosi e pieni di cristalli, il loro movimento dipende dalla robustezza del gancio! Restiamo quindi attaccati al Cuore di Dio, nascosti con Cristo in Dio, come direbbe San Paolo (Col 3,3), e saremo davvero liberi.

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Di Maria Catena

Docente di Liturgia, scrive per Theofilos, la rivista della Scuola Teologica di Base “San Luca Evangelista” dell’Arcidiocesi di Palermo.

Un pensiero su “All’inizio di una relazione ci sono un IO e un tu (Es 20,1-6)”

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