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Dove finisce l’arte e dove inizia al Festival di Sanremo?

DiRoberto Immesi

Feb 2, 2022

L’esibizione di Achille Lauro a Sanremo, con tanto di simulato battesimo sul palco dell’Ariston, ha scatenato una prevedibile ridda di polemiche tra chi si è sentito offeso dall’esibizione dell’artista (non nuovo a certe provocazioni) e chi invece invoca la libertà di pensiero e di espressione. Ieri sera, guardando la scena, ne sono rimasto colpito e il mio pensiero è andato al “povero” vescovo di Ventimiglia che infatti, nel giro di qualche ora, ha diramato una nota di biasimo.

Chiariamoci: non mi iscrivo al partito di chi vorrebbe Achille Lauro punito chissà in quale modo, né a quello di chi chiede che la Rai, pagata col canone, censuri certe esibizioni. L’arte non sempre è placida e tranquilla o politicamente corretta, spesso provoca e lo fa perché anche questo è il compito dell’arte nelle sue varie forme: colpire, suscitare emozioni, provocare reazioni, anche quando non le comprendiamo o non ci piacciono. Lauro, su Instagram, aveva anche anticipato l’esibizione e provato a darle un senso: un omaggio alla madre, la celebrazione di un nuovo inizio.

Detto questo, colto il senso dell’esibizione, rimane però una domanda a cui non so dare risposta: dove finisce l’arte e dove inizia, invece, la semplice voglia di audience? Perché era scontato che la simulazione di un battesimo avrebbe irritato non poco chi è credente e chi nel battesimo vede un sacramento; ha irritato perfino me, che solitamente non mi scandalizzo più di tanto e anzi apprezzo le performance di Lauro. Scegliere di compiere un simile gesto e peraltro farlo (su decisione della Rai) proprio nell’esibizione d’esordio del Festival, quando gli ascolti sono alle stelle, rende evidente lo scopo di far montare una polemica che, come era prevedibile, da ore coinvolge un po’ tutti facendo schizzare alle stelle le interazioni sui social.

Esagerano quei cattolici che gridano al satanismo e alla blasfemia? Secondo me sì, ma al tempo stesso penso che non si debba mortificare la sensibilità dei credenti; la nostra libertà finisce dove inizia quella dell’altro, sono libero di dire quello che penso ma non per questo godo di una speciale immunità offendendo qualcosa che per gli altri invece è caro. E leggendo i commenti sui social, leggo (con una certa tristezza) quasi una voglia di rivalsa nei confronti della Chiesa, come se offendere la fede di milioni di persone servisse a “punire” eventuali colpe e omissioni compiute dalle gerarchie.

Non penso, in tutta sincerità, che l’obiettivo di Achille Lauro fosse questo, ma forse bisognerebbe ponderare meglio i possibili effetti di un’esibizione; il rischio è che la provocazione resti fine a se stessa e che l’arte fallisca nel suo obiettivo di renderci migliori, lasciando solo l’amaro in bocca a chi, senza alcuna colpa, vede sbeffeggiato ciò in cui crede senza che nessuno se ne preoccupi.

Foto: Corriere della Sera

Roberto Immesi

Giornalista, collabora con Live Sicilia, è Revisore dei Conti dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia e Membro dell’Unione Cattolica Stampa Italiana (UCSI), sezione di Palermo.

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