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Papa Francesco e la Messa in latino

DiRoberto Immesi

Dic 12, 2021

Il motu proprio “Traditionis custodes” di Papa Francesco sull’uso del messale di San Pio V, cioè di quello usato dal Concilio di Trento fino al Vaticano II, ha riacceso il dibattito sulla così detta “messa in latino” e rinfocolato le polemiche da parte di alcuni settori più tradizionalisti del mondo cattolico che finora avevano esercitato le facoltà previste dal “Sommorum Pontificum” di Benedetto XVI. Cerchiamo di capirne un poco di più.

Papa Francesco ha abolito la messa in latino? No, la questione non è sull’uso della lingua ma sull’uso del messale e quindi del rito con cui celebrare la Messa, indipentemente dall’idioma utilizzato. Il messale è infatti il libro liturgico che indica formule, preghiere e riti con cui celebrare l’Eucaristia nel rito latino, cioè nella quasi totalità del mondo occidentale.

Cos’è il messale di San Pio V? Dal 1500 fino al 1970 la Chiesa cattolica ha usato il messale di San Pio V, frutto del Concilio di Trento, che prevedeva il solo uso della lingua latina (l’ultima edizione è del 1962 a opera di San Giovanni XXIII). Nel 1970 San Paolo VI promulgò invece il nuovo Messale, frutto della riforma liturgia del Concilio Vaticano II, che ha previsto anche l’uso delle lingue correnti oltre a quella latina.

Lo scisma. La riforma liturgica ha però provocato lo scisma guidato dal vescovo francese Marcel Lefebvre e quindi, nel tentativo di ricomporre la spaccatura in seno al mondo cattolico, San Giovanni Paolo II alla fine degli anni Ottanta concesse la possibilità di usare il precedente messale edito nel 1962. Un’intenzione confermata da Papa Benedetto XVI nel 2007 con il motu proprio “Sommorum Pontificum” che aveva l’obiettivo di regolamentare l’uso del messale di San Pio V. “A sostenere la sua scelta – scrive Papa Francvesco – era la convinzione che tale provvedimento non avrebbe messo in dubbio una delle decisioni essenziali del concilio Vaticano II, intaccandone in tal modo l’autorità: il Motu proprio riconosceva a pieno titolo che ‘il Messale promulgato da Paolo VI è la espressione ordinaria della lex orandi della Chiesa cattolica di rito latino’. Il riconoscimento del Messale promulgato da san Pio V ‘come espressione straordinaria della stessa lex orandi’ non voleva in alcun modo misconoscere la riforma liturgica, ma era dettato dalla volontà di venire incontro alle insistenti preghiere di questi fedeli”.

Papa Francesco ha vietato l’uso del messale di San Pio V? No, con il motu proprio Papa Francesco ha riformato le precedenti decisioni di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI ma non ha abolito il vecchio messale. Ha semmai cambiato le regole per la celebrazione della messa secondo il rito tridentino dando più potere ai vescovi, in qualità di moderatori della vita liturgica della diocesi: spetterà ai vescovi autorizzare le celebrazioni “seguendo gli orientamenti della Sede Apostolica” e sempre i vescovi dovranno accertare che i gruppi di fedeli che vogliono usare il vecchio rito accettino la validità del concilio Vaticano II e della riforma liturgica. Una differenza non da poco, se si considera che invece Benedetto XVI aveva autorizzato i singoli sacerdoti a poter celebrare secondo il vecchio rito senza aver bisogno dell’autorizzazione del proprio vescovo.

Le celebrazioni tridentine non potranno celebrarsi nelle parrocchie, ma in luoghi stabiliti e presiedute da sacerdoti appositamente scelti che conoscano bene il latino e abbiano “a cuore la cura spirituale dei fedeli”; i futuri sacerdoti inoltre dovranno chiedere apposita autorizzazione al vescovo che a sua volta dovrà interpellare la Santa Sede. La novità più significativa però è che il nuovo messale diventa “unica espressione della lex orandi del rito romano”, superando la dualità tra forma ordinaria e straordinaria.

Perché Papa Francesco ha preso una simile decisione? Il Pontefice ha spiegato le ragioni del motu proprio in una lettera inviata ai vescovi di tutto il mondo, dopo che la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva svolto una sorta di consultazione sull’applicazione del “Sommorum Pontificum”. “Le risposte pervenute hanno rivelato una situazione che mi addolora e mi preoccupa – scrive Papa Francesco – L’intento pastorale dei miei predecessori è stato spesso gravemente disatteso […] La possibilità offerta da san Giovanni Paolo II e con magnanimità ancora maggiore da Benedetto XVI […] è stata usata per aumentare le distanze, indurire le differenze, costruire contrapposizioni che feriscono la Chiesa e ne frenano il cammino, esponendola al rischio di divisioni”.

Papa Francesco ha colto l’occasione anche per bacchettare gli abusi in senso opposto (“anch’io stigmatizzo che in molti luoghi non si celebri in modo fedele alle prescrizioni del nuovo Messale, ma esso addirittura venga inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale porta spesso a deformazioni al limite del sopportabile”), ma ha soprattutto puntato il dito contro chi usa il vecchio messale per rifiutare il Vaticano II “con l’affermazione infondata e insostenibile che abbia tradito la Tradizione e la ‘vera Chiesa’”. “Dubitare del Concilio significa dubitare delle intenzioni stesse dei Padri, i quali hanno esercitato la loro potestà collegiale in modo solenne cum Petro et sub Petro nel concilio ecumenico, e, in ultima analisi, dubitare dello stesso Spirito Santo che guida la Chiesa”.

Roberto Immesi

Giornalista, collabora con Live Sicilia, è Revisore dei Conti dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia e Membro dell’Unione Cattolica Stampa Italiana (UCSI), sezione di Palermo.

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