Quale ruolo possono e devono avere i cattolici in politica? La domanda, per niente banale, non è certo nuova e affonda le sue radici nella storia più e meno recente del nostro Paese che va da don Luigi Sturzo passando, per restare in Sicilia, a Piersanti Mattarella e arrivando ai giorni nostri.
Un interrogativo che si pone anche Rocco Gumina nel suo ultimo libro intitolato “Vangelo e politica, spunti per interpretare la contemporaneità”, edito da Plumelia. Un saggio arricchito dalla prefazione di Pierluigi Castagnetti, volto del cattolicesimo democratico italiano , e dalla postfazione di Pietro Piro, sociologo e fondatore della biblioteca Veni Creator Spiritus di Termini Imerese.
Un volume che raccoglie e mette a sistema vari articoli pubblicati da Gumina, docente e scrittore, e che ha il merito, come annota Castagnetti, di proporre il magistero di Mattarella e di don Lorenzo Milani attraverso cui si comprende perché oggi i cattolici non possano non fare politica. “Perché fare politica? Per portare più libertà, più giustizia, più uguaglianza e diritti alle persone. Se la politica non serve a questo, a cosa serve?”.
La partecipazione dei cattolici in politica, come detto, non è un argomento nuovo ma il libro prova ad affrontare da un punto di vista preciso, cioè considerandola come una questione ecclesiale di stringente attualità. E non potrebbe essere altrimenti, visti gli sconvolgimenti politici internazionali a cui stiamo assistendo e l’invito di Papa Leone XIV a riprendere in mano la Dottrina sociale della Chiesa.
Gumina riprende lo scritto “A Diogneto” del II secolo dopo Cristo: “In un quadro sociale e culturale assai simile al nostro, la lettera rivolta a Diogneto – che cercava di conoscere le peculiarità della nuova religione diffusasi rapidamente nell’impero romano – presenta l’immagine del Dio dei cristiani. Dall’identità divina esposta nello scritto scaturisce un particolare profilo dei credenti che riconosce nella pluralità, nella complessità e nella diversità delle occasioni favorevoli per l’annuncio evangelico”.
L’autore ripercorre i messaggi di Papa Francesco ai movimenti popolari, si sofferma sul tema stringente della pace (“la pace è opera della giustizia nel senso che deriva dall’amore di Dio che invita gli uomini alla realizzazione di una comunità umana, solidale e fraterna”) e infine si sofferma su Mattarella e sul suo umanesimo politico.
“Nonostante le difficoltà della Sicilia del tempo, non troppo distanti da quelle odierne, Mattarella avviò un programma di riforme – dalla burocrazia alle opere pubbliche, dallo sviluppo industriale dell’isola alla pratica concreta della legalità – attento tanto ai bisogni del presente quanto a delineare il futuro. Le principali qualità del leader democristiano risiedono in una concezione tesa a difendere e ad allargare la democrazia tramite un governo delle istituzioni competente, efficiente e rispettoso delle leggi. Tutto ciò, elaborato in una delle regioni più importanti del Sud Italia, è divenuto un rilevante – anche ai nostri giorni – disegno politico per il rilancio del Mezzogiorno”.
Non meno significativo lo spazio per don Milani e per “Lettera a una professoressa”, in cui “il metodo della scrittura collettiva e la scelta per i poveri sono le lenti d’ingrandimento introduttive in grado di farci intendere in profondità il messaggio centrale degli allievi di don Milani a sua volta dipanabile su tre piani: La mistica integrale dell’insegnante e dell’insegnamento; l’idea di scuola; il ruolo della politica”.
Il risultato è un testo agile e godibile, capace di offrire gli esempi di grandi pensatori per rileggere il presente e il futuro. Preso atto della diaspora democristiana, in un mondo sempre più ostaggio degli egoismi, la voce dei cristiani deve rappresentare una valida alternativa alle urla del più forte e agli slogan che mirano solo a ottenere un facile consenso, mettendo in secondo piano la responsabilità di trovare soluzioni efficaci ai problemi sociali di oggi e di domani.