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Che cosa resta sessant’anni dopo Nostra aetate? E soprattutto: può ancora il dialogo tra le religioni essere una strada credibile in un mondo attraversato da guerre, violenze, fondamentalismi e nuove forme di intolleranza? Sono domande che la nuova Nota “Un cammino di speranza. Sessant’anni di dialogo e di fratellanza interreligiosa alla luce della Dichiarazione conciliare Nostra aetate” sembra voler consegnare alla Chiesa e alla società.

Pubblicata il 16 settembre 2026, la Nota nasce per rileggere sessant’anni di cammino e rilanciare oggi il significato di Nostra aetate, la Dichiarazione del Concilio Vaticano II promulgata il 28 ottobre 1965. Papa Leone XIV l’ha approvata il 22 giugno scorso, nell’udienza concessa ai Prefetti e ai Segretari dei tre Dicasteri coinvolti: Dottrina della Fede, Promozione dell’Unità dei Cristiani e Dialogo Interreligioso. Il documento non vuole soltanto celebrare una ricorrenza: intende “valutarne le conquiste e le sfide, e tracciare alcune prospettive per l’avvenire” (Un cammino di speranza, 3).

Ma perché tornare proprio a Nostra aetate? Perché quella breve Dichiarazione conciliare aprì un capitolo nuovo nel rapporto della Chiesa con le altre religioni, maturando anche dalla dolorosa esperienza dell’antisemitismo e della Shoah. La Chiesa riconobbe allora che nelle altre religioni vi sono elementi di verità e di bene e invitò i cristiani alla stima e al rispetto (Nostra aetate, 2). Una svolta che ancora oggi interroga: come coniugare fedeltà all’identità cristiana e apertura sincera all’altro? (Un cammino di speranza, 3).

La risposta della Nota passa innanzitutto dal dialogo. Non un dialogo superficiale, né una rinuncia alla propria identità: “la via del dialogo non è né una strategia di circostanza né una rinuncia alla propria identità, ma un autentico cammino evangelico” (Un cammino di speranza, 7). E proprio per questo il rispetto dell’altro deve accompagnarsi al rispetto della libertà religiosa: “Nessuna relazione rispettosa con le altre religioni è sincera ed attuabile senza un contestuale rispetto della libertà religiosa altrui” (Un cammino di speranza, 2).

È un passaggio decisivo. Perché il dialogo interreligioso non è presentato come una semplice attività diplomatica, ma come parte della missione della Chiesa. La Nota ricorda infatti che esso “fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa” (Un cammino di speranza, 22). E Nostra aetate aveva già indicato la strada, affermando che non possiamo invocare Dio come Padre di tutti se non ci comportiamo da fratelli verso ogni essere umano creato a sua immagine (Nostra aetate, 5).

Questa prospettiva ha attraversato il magistero dei Papi. Paolo VI, nell’Ecclesiam suam, invitava la Chiesa a “venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere” (Ecclesiam suam, 67). Giovanni Paolo II rese concreta questa intuizione con l’incontro di Assisi del 1986 e ricordò che “la religione e la pace vanno di pari passo” e che dichiarare guerra in nome della religione è un’evidente contraddizione (Un cammino di speranza, 23). Benedetto XVI sottolineò che il dialogo interreligioso e interculturale tra cristiani e musulmani “è una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro” (Un cammino di speranza, 25). Francesco ne indicò lo stile nella “cultura del dialogo come via, la collaborazione comune come condotta, la conoscenza reciproca come metodo e criterio” (Fratelli tutti, 199; Un cammino di speranza, 30).

E oggi? La Nota non nasconde le difficoltà. Il dialogo non è una formula magica (Un cammino di speranza, 32), ma una strada esigente, che chiede di superare tanto il ripiegamento identitario quanto la logica dell’aggressività. Per questo il documento guarda ai frutti già maturati: relazioni durature di amicizia, progetti educativi e sociali condivisi, dichiarazioni comuni davanti a guerre e crisi umanitarie e ambientali (Un cammino di speranza, 38).

La domanda, allora, torna a essere personale e collettiva: quanto siamo davvero disposti a incontrare l’altro senza considerarlo una minaccia? E quale valore avrebbe parlare di fraternità se non diventasse attenzione concreta a chi è più fragile? La Nota indica proprio nei più vulnerabili un criterio di discernimento: “Il povero – in tutte le sue forme di precarietà – è la bussola che ci permette di sapere se stiamo procedendo nella giusta direzione” (Un cammino di speranza, 32).

È qui che Nostra aetate, sessant’anni dopo, smette di essere soltanto memoria conciliare e torna a essere una provocazione per il presente. Leone XIV ha ricordato che quella Dichiarazione “venne piantato un seme di speranza per il dialogo interreligioso” (Un cammino di speranza, 33). La nuova Nota raccoglie quel seme e invita a farlo crescere, chiedendo a tutti di diventare “costruttori di ponti, non di muri”, artigiani di pace e fraternità (Un cammino di speranza, 59).

Abbiamo ancora bisogno del dialogo? Assolutamente sì! Probabilmente oggi la più giusta provocazione e domanda è: siamo ancora capaci di viverlo?

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Di Sem Urbano

Sem Urbano (1983). Docente di Religione Cattolica della Diocesi di Palermo; insegna Sacra Scrittura presso la Scuola Teologica di Base "San Luca Evangelista" e docente del Corso Biblico Diocesano. Dopo gli Studi Teologici presso la Facoltà Teologica di Sicilia ha conseguito un Master in Dialogo Interreligioso presso l'Istituto di Studi Ecumenici "San Bernardino" di Venezia e, a seguire, la Licenza in Religioni e Culture. Collabora con il Dipartimento di Teologia delle Religioni della Facoltà Teologica di Sicilia, continuando la sua ricerca sul fronte della Teologia Pubblica e dell'Ecumenismo.