“Perché piangi? Chi cerchi?”. Le due domande che, nel Vangelo di Giovanni, vengono rivolte a Maria di Magdala nei pressi del sepolcro vuoto, la mattina di Pasqua, sono le stesse che Papa Leone XIV, ieri, ha rivolto all’assemblea diocesana di Roma nella basilica di San Giovanni in Laterano.

Un discorso breve ma incisivo, profondo e che è andato al cuore di alcune questioni che, in qualche modo, riguardano tutte le Chiese locali, alle prese con l’inizio delle attività pastorali e quindi immerse nella preparazione di fitti calendari di iniziative e attività. Comunità alle quali il Santo Padre ha ricordato che a contare non è la quantità delle cose che si fanno, ma la qualità e il senso.

Ne viene fuori quasi un documento programmatico, una bussola per le diocesi, le parrocchie e i gruppi ecclesiali, chiamati a interrogarsi su cosa fanno, come e perché.

Perché piangi? Chi cerchi?

“Queste due domande – ha detto il Papa – riguardano la ricerca ansiosa di speranza che percepite nelle parrocchie, negli incontri e negli ambienti di vita, quando vi siete messi in ascolto gli uni degli altri e della gente. Maria Maddalena è sveglia prima dell’alba ed è già corsa al sepolcro, perché in lei c’è vita, c’è attesa! Così, a Roma sono tante le persone che ricominciano ogni mattina, ma anche comunità parrocchiali, associazioni, movimenti, gruppi e realtà ecclesiali che lavorano con generosità nell’evangelizzazione, nella carità, nel servizio alla preghiera liturgica”.

“Certo, accanto a questa ricchezza avete riconosciuto con onestà alcune fatiche. È lo smarrimento di chi non riesce più a trovare dove si incontra il Signore. Un’esperienza che condividiamo con tanti fratelli e sorelle, ma che capita di vivere anche a noi. A volte si moltiplicano le proposte, le attività, gli incontri e si smarrisce il centro, il senso evangelico di ciò che si fa”.

Chiamati per nome

Nel vangelo di Giovanni, nei pressi del sepolcro, Gesù chiama per nome Maria Maddalena ed è a quel punto che la donna si volta. Chiamata per nome, incontra il Signore: un’immagine che il Pontefice richiama per ricordare che, nelle molteplici attività pastorali, le comunità non debbano tanto concentrarsi sul “cosa” fare, ma sul “chi” e sul “come” incontrare.

“Nelle nostre comunità si può rimanere anonimi, invisibili e incompresi, oppure essere visti, conosciuti e chiamati per nome – ha spiegato il Papa -. E chi incontra davvero Cristo, come Maria di Magdala, sente riempirsi il cuore e allora non può restare fermo, corre e va ad annunciare. ‘Ho visto il Signore!’, dice la donna ai discepoli. Non un ricordo, non un fatto privato, ma una gioia profonda che genera comunità”.

Tre attenzioni, più una

Papa Leone indica alla Chiesa di Roma anche tre direttrici fondamentali, tre “attenzioni”: incontrare Cristo, generare comunità, abitare la città. Uno schema utile anche a misurare la reale efficacia delle attività pastorali, perché non è importante se abbiano o meno attirato gente o se siano state ben organizzate, ma se abbiano realmente portato all’incontro col Signore, creato relazioni, offerto ascolto.

E poi il Santo Padre ne aggiunge una quarta: la formazione del popolo di Dio. “Le nostre attività fanno crescere nella fede? Formano discepoli missionari? Aiutano a maturare responsabilità ecclesiali? Generano una fede adulta, capace di tradursi in scelte concrete di vita e di servizio?”.

La sintesi è in una domanda tanto semplice, quanto profonda: perché? “Si tratta di fermarsi insieme e di domandarsi, per ogni cosa che si fa: perché la facciamo? Quale intenzione evangelica ci muove, a quale bisogno reale intendiamo rispondere, in che modo questa scelta corrisponde alla missione della Chiesa? E poi, il secondo passo: perché otteniamo questi risultati e non altri? Perché alcune iniziative generano cammini e altre restano isolate? Perché alcune persone partecipano e altre rimangono ai margini? Dall’incontro tra le ragioni delle nostre scelte e le ragioni dei loro effetti nasce un discernimento autentico, che permette di riconoscere ciò che va mantenuto, valorizzato, corretto, abbandonato o avviato”.

I preti non possono far tutto

Il metodo proposto dal Papa vuole essere un aiuto e non un ulteriore fardello per i presbiteri e le comunità, già oberati da tante incombenze. E la seconda parte del discorso è rivolta proprio ai sacerdoti, posti alla guida delle parrocchie.

Un clero spesso bistrattato, giudicato e magari condannato per colpe nemmeno sue. “So anche che il servizio pastorale, oggi, è più faticoso di ieri. Vi esorto a non portare le fatiche da soli. E vi dico con chiarezza che l’arte della verifica pastorale non vi chiede di fare di più: vi dà, anzi, il permesso di fare meno e meglio”.

Il Santo Padre si è quindi soffermato sul ruolo dei presbiteri, dicendo a chiare lettere che il “prete non concentra in sé ogni responsabilità” ma rende possibile la corresponsabilità dei laici “non per mancanza di forze, ma per fedeltà alla natura della Chiesa”. Da qui la riflessione dirompente: “Una comunità nella quale tutto dipende dal parroco è una comunità fragile, e presiedere non significa fare tutto”.

Perché nessuno è chiamato a essere solo: nemmeno il parroco, che nel presbiterio dovrebbe trovare un luogo di fraternità e che è chiamato a generare comunione, valorizzare le energie altrui, custodire l’unità, incontrare anche chi è lontano.

Per approfondire

Il discorso del Papa alla diocesi di Roma

Foto: screenshot tratto dal video di Vatican Media

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Di Roberto Immesi

Giornalista pubblicista, è Revisore dei Conti dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia e Presidente dell’Unione Cattolica Stampa Italiana (UCSI), sezione di Palermo, oltre a essere componente del cda di Radio Spazio Noi, la radio dell'arcidiocesi di Palermo