C’è un’immagine che porto spesso nel cuore quando accendo la console o siedo a un tavolo da gioco: San Giovanni Bosco che corre e suda con i suoi ragazzi nel cortile di Valdocco. Se Don Bosco fosse tra noi oggi, probabilmente non lo troveremmo solo tra i banchi di scuola, ma lo vedremmo guidare una gilda su qualche MMO o organizzare tornei di eSports in oratorio.

Eppure, nel sentire comune, persiste ancora quel sottile senso di colpa, quasi una polvere medievale rimasta sulle spalle del fedele moderno: “Un cattolico può davvero permettersi di ‘perdere tempo’ davanti a un gioco?”

La virtù dimenticata: l’Eutrapelia

Per rispondere, dobbiamo rispolverare un concetto che arriva da lontano. Già Aristotele prima, e San Tommaso d’Aquino poi, parlavano di una virtù oggi quasi dimenticata: l’eutrapelia .

Di cosa si tratta? È la capacità di dare allo svago il giusto peso. Tommaso d’Aquino, nella sua Summa Theologiae, era categorico: come il corpo ha bisogno di riposo, così l’anima ha bisogno di distensione. Un’anima costantemente tesa, diceva il Dottor Angelico, è un’anima che rischia di spezzarsi.

Il gioco, quindi, non è una fuga dalla realtà, ma un modo per abitarla meglio. È un atto di “gratuità”: in un mondo che ci vuole sempre iper-produttivi e focalizzati sul profitto, giocare è un atto di libertà cristiana.

La domanda scomoda: “Padre, allora posso giocare a tutto?”

Qui il discorso si fa spinoso. Qualcuno di voi starà pensando: “Bello Aristotele, Padre, ma allora titoli come Fortnite, Call of Duty o Diablo sono sdoganati?”

Non è così semplice, ma non è nemmeno un divieto assoluto. Entriamo nel campo del discernimento :

• Call of Duty e la violenza: Giocare a uno sparatutto non ti rende un guerrafondaio, così come leggere l’Iliade non ti rende un assassino. Per molti è coordinazione, riflessi e strategia di squadra. Il problema sorge se quel gioco alimenta in te una rabbia reale o se inizi a guardare il prossimo con cinismo. Se la competizione diventa odio, il controller va posato.

• Fortnite e l’idolatria del tempo: Qui la sfida è la temperanza. Fortnite è il “muretto digitale” di oggi, e Don Bosco starebbe lì in mezzo ai ragazzi. Ma attenzione al loop: se il gioco diventa un’ossessione per le pelle o ti ruba le ore destinate alla preghiera e alla famiglia, quel gioco è diventato un idolo.

• Diablo e l’estetica del male: Combattere demoni virtuali in un contesto fantasy non è satanismo. Tuttavia, un cristiano deve chiedersi: questa estetica mi aiuta a elevarti o la mia turba? Sappiamo distinguere la finzione dalla realtà spirituale, ma se un contenuto sporca la nostra pace interiore, abbiamo la libertà di scegliere altro.

La vera “partita”

In fondo, la domanda non è se il demone sullo schermo sia reale, ma se la tua carità mentre giochi sia reale. Se tiri giù i santi perché hai perso un match o se insulti un compagno di squadra in chat, il problema non è il gioco: è il tuo cuore che ha perso la bussola.

La vita stessa ha le caratteristiche di una grande avventura: ci sono regole, ci sono sfide, e c’è un obiettivo finale. Essere cristiani non significa rinunciare alla gioia del gioco, ma portarvi dentro quella luce che rende ogni partita un momento di vera comunione e ristoro dello spirito.

Ora tocca a voi. Come vivete questo equilibrio? Vi siete mai chiesti se il vostro gioco preferito sta aiutando o ostacolando la vostra vita di fede? C’è qualche titolo che avete smesso di giocare per “coscienza” o che invece vi ha aiutato a riflettere su temi profondi?

Foto generata dall’Intelligenza artificiale

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Di Don Dario Chimenti

Presbitero e parroco di Sant'Alberto Magno. Consulente Ecclesiastico dell'UCSI Palermo.