Dal sofferente alla vittima di abuso, Leone XIV indica una Chiesa che non può scegliere quali ferite curare. E davanti a 150 mila persone, in una Francia dove la tradizione laica convive con una persistente domanda di senso, il Papa parla con parole nette: accogliere, proteggere, riparare.

C’è qualcosa di profondamente simbolico nel fatto che Leone XIV abbia scelto Lourdes per parlare, nello stesso giorno, di malattia e di abusi. Due sofferenze apparentemente lontane, ma unite da una domanda essenziale: che cosa fa la Chiesa quando l’uomo è ferito? Si limita a pregare per lui oppure accetta di farsi carico della sua vulnerabilità, anche quando quella ferita interpella direttamente le proprie responsabilità?

A Lourdes, davanti a circa 150 mila persone, il Papa ha parlato anzitutto ai sofferenti. E lo ha fatto rovesciando una logica oggi tutt’altro che scontata: «Nessuna fragilità viene respinta». Le stampelle, le sedie a rotelle, le lacrime non sono un problema da nascondere, ma diventano il luogo nel quale la persona può essere accolta e riconosciuta. «Non siete un peso, siete il cuore pulsante della nostra umanità e un tesoro prezioso per la Chiesa», ha detto Leone XIV.

È qui che il cristianesimo torna alla sua radice più semplice e più esigente: «Ero malato e mi avete visitato» (Mt 25,36). La cura, nel Vangelo, non è anzitutto una tecnica: è una presenza. È farsi prossimi. È riconoscere nell’altro, soprattutto quando è fragile, qualcuno che non perde mai la propria dignità.

Per Leone XIV, dunque, curare non significa soltanto intervenire sulla malattia. Significa accompagnare la persona. Significa non confondere la compassione con l’eliminazione della sofferenza. Agli operatori sanitari ha rivolto parole particolarmente nette: «La medicina non potrà mai farsi serva della morte programmata!». E ha chiesto di sviluppare le cure palliative e la ricerca, ma anche di «accompagnare con tenerezza i malati», perché «curando i corpi, voi curate anche le anime».

Ma la giornata di Lourdes ha mostrato un’altra ferita, forse ancora più dolorosa perché inflitta proprio da chi avrebbe dovuto custodire. Nel colloquio con i vescovi francesi, Leone XIV ha parlato del «doloroso flagello degli abusi sui minori» e ha indicato una strada fatta di «ascolto, ricerca della verità, giustizia, perdono, riparazione», insieme a un impegno deciso per la prevenzione e la protezione. La richiesta è stata netta: «È necessario proseguire sulla strada intrapresa, mantenendo la massima vigilanza».

Poi, nel pomeriggio, il passaggio più delicato: sette vittime, quattro uomini e tre donne, sono state ricevute dal Papa. Storie differenti, maturate in parrocchie, collegi, congregazioni e movimenti. Leone XIV ha incontrato ciascuno individualmente e in privato, ascoltando «le loro storie, il dolore e la sofferenza vissuta», ma anche le loro proposte perché quel male «non abbia a ripetersi». Con alcuni si è fermato a pregare. Al termine ha ringraziato per la loro «dolorosa testimonianza» e ha ribadito il proprio impegno perché quanto vissuto non si ripeta per altri.

È un dettaglio importante: il Papa non si è limitato a parlare delle vittime, ma ha scelto di mettersi in ascolto delle vittime. E nell’ascolto ha incluso anche ciò che esse chiedono alla Chiesa. Non è un gesto risolutivo, né può esserlo un incontro di due ore; ma è un gesto che assume il dolore nella sua concretezza e lo collega alla responsabilità futura. Il Papa ha auspicato che la comunità dei fedeli sia sempre più «un luogo dove gli uomini e le donne, di ogni età, possano trovare conforto e guarigione».

Qui sta forse il passaggio più importante della giornata. La cura cristiana non può essere selettiva. Non può commuoversi davanti al malato e rimanere esitante davanti a chi porta le cicatrici di un abuso. Non può difendere la vita quando è fragile e poi tollerare ambiguità quando a essere ferita è la dignità di una vittima. Le ferite sono diverse, ma la responsabilità della Chiesa è la stessa: stare accanto alla persona vulnerabile.

Può una Chiesa annunciare la misericordia se non sa prima riconoscere il male subito da chi le è stato affidato? E può parlare di cura senza accettare fino in fondo il costo della verità, della giustizia e della riparazione?

Sono domande che oggi l’appuntamento di Lourdes consegna alla Chiesa universale. E proprio la Francia, terra dalla forte identità laica ma capace di raccogliere una grande folla attorno a un luogo di fede, offre un’immagine che merita attenzione: 150 mila persone riunite attorno al Papa. La domanda di senso, di speranza e di una parola capace di entrare nelle ferite dell’uomo non è affatto scomparsa.

Leone XIV sembra allora indicare una strada esigente: una Chiesa capace di chinarsi sulle ferite senza scegliere quali siano più comode da curare. Quelle del corpo, quelle dell’anima, quelle provocate dalla malattia e quelle, terribili, provocate da un abuso.

A Lourdes, davanti a Maria, il Papa ha ricordato che la conversione non è un concetto astratto: riguarda anche la Chiesa, chiamata a riconoscere i propri errori e a «guarire dalle ferite profonde, dalle infedeltà e dai dolorosi smarrimenti commessi al suo interno». Forse è proprio questa la cura che Lourdes oggi affida alla Chiesa: non soltanto consolare chi soffre, ma lasciarsi trasformare dalle ferite che incontra.

Immagine: screenshot Vatican Media 

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Di Sem Urbano

Sem Urbano (1983). Docente di Religione Cattolica della Diocesi di Palermo; insegna Sacra Scrittura presso la Scuola Teologica di Base "San Luca Evangelista" e docente del Corso Biblico Diocesano. Dopo gli Studi Teologici presso la Facoltà Teologica di Sicilia ha conseguito un Master in Dialogo Interreligioso presso l'Istituto di Studi Ecumenici "San Bernardino" di Venezia e, a seguire, la Licenza in Religioni e Culture. Collabora con il Dipartimento di Teologia delle Religioni della Facoltà Teologica di Sicilia, continuando la sua ricerca sul fronte della Teologia Pubblica e dell'Ecumenismo.