La Candelora nasce come festa del cammino e dell’incontro. Il suo nome più antico, conservato nei sacramentari orientali, è “Hypapantì”, ossia “incontro”: l’incontro tra il vecchio Simeone e il Bambino Gesù, speranza di Israele; ma anche l’incontro tra Dio che viene e il popolo che si muove verso di Lui.

Un po’ di storia

Le prime tracce ci portano a Gerusalemme, alla fine del IV secolo. La pellegrina Egeria testimonia una solenne processione quaranta giorni dopo l’Epifania: la Chiesa attraversava la città proclamando Lc 2,22-40, memoria della Presentazione di Gesù al Tempio. In origine la festa cadeva il 15 febbraio, quaranta giorni dopo il 6 gennaio, data in cui l’Oriente celebrava la nascita di Cristo, in perfetta consonanza con la Legge ebraica che prevedeva questo intervallo tra la nascita del primogenito e la purificazione della madre.

Non era ancora “la candela” a strutturare il rito: era il movimento del popolo. La comunità cristiana camminava cantando il Vangelo, come popolo in attesa che riconosce il Messia mentre cammina. Fin dall’inizio, dunque, la fede si rivela come un andare incontro.

L’anticipazione al 2 febbraio

Tra VI e VII secolo la festa passa in Occidente. Poiché a Roma il Natale è ormai fissato al 25 dicembre, la celebrazione viene anticipata al 2 febbraio. Qui il contesto cambia e con esso il linguaggio simbolico: la Presentazione si intreccia con una cerimonia penitenziale romana, celebrata in contrapposizione ai riti pagani delle “lustrazioni”.

La processione assume così un carattere di purificazione e conversione, diventando progressivamente una sorta di imitazione rituale della Presentazione di Cristo al Tempio. Un momento decisivo è legato a Papa san Sergio I (687-701), di origine orientale: egli fa tradurre in latino i canti greci della festa e li introduce nella processione romana, creando un ponte vivo tra Oriente e Occidente. In questo periodo l’accento si sposta temporaneamente sulla “purificazione di Maria”, tanto che la festa sarà a lungo chiamata “In purificatione Beatae Mariae Virginis”. Solo il Messale del 1970 restituirà il titolo originario e teologicamente più corretto: Presentazione del Signore.

La luce, simbolo della festa

Nel X secolo in Gallia avviene un ulteriore sviluppo decisivo: nasce la solenne benedizione delle candele utilizzate nella processione. Un secolo più tardi si aggiunge l’antifona “Lumen ad revelationem” con il cantico di Simeone (Nunc dimittis). Così la luce diventa il grande simbolo della festa: non un’aggiunta devozionale, ma la traduzione rituale del Vangelo. Il Bambino portato al Tempio è la luce che entra nel mondo, non per dominare ma per offrirsi.

I testi eucologici

La storia stessa della Candelora mostra ciò che la liturgia insegna sempre: il rito non si limita a ricordare ma interpreta il tempo, purifica i simboli e forma lo sguardo della fede. Non è una festa “di passaggio”: è una soglia luminosa tra il Natale che si compie e il cammino ordinario che riprende; tra la luce fragile di Betlemme e l’ombra già proiettata verso Gerusalemme. Fino alla riforma del calendario, essa chiudeva il Tempo di Natale (tanto che in passato la tradizione popolare voleva che i presepi si smontassero proprio dopo la Candelora); oggi questa funzione è assolta dal Battesimo del Signore, ma la Candelora conserva la sua tensione di compimento e invio.

La liturgia attuale custodisce questa profondità. La Colletta, sostanzialmente invariata rispetto al Messale del 1570, ricorda il fatto storico della Presentazione al Tempio. Le orazioni sulle offerte e dopo la comunione aprono invece il mistero: come Simeone ha visto compiersi la sua speranza, così i cristiani, nutriti dall’Eucaristia, vanno incontro al Signore per ricevere la vita eterna. Il Prefazio, nuovo dopo il Concilio, mette in luce l’azione dello Spirito Santo: è Lui che fa proclamare Gesù “gloria d’Israele e luce delle genti”, rivelando progressivamente il mistero del Figlio.

La candela accesa, atto teologico

La celebrazione si apre con un gesto semplice e potentissimo: tutti ricevono la candela già accesa e stanno in piedi. Non si benedicono candele spente o rimaste nella scatola: il segno è inseparabile dalla partecipazione al rito. La candela portata a casa non è un oggetto magico o taumaturgico; è memoria quotidiana di un atteggiamento spirituale vissuto nella celebrazione e nell’Eucaristia. Un segno senza partecipazione rischia di scivolare nella superstizione: la liturgia educa invece a un uso responsabile dei sacramentali.

Portare la candela accesa non è folclore: è un atto teologico. La Chiesa non contempla la luce da spettatrice: la prende tra le mani, la espone al vento, la affida al cammino. La luce, per essere vera, deve essere portata. Il Vangelo (Lc 2,22-40) narra un paradosso: Gesù entra nel Tempio non da protagonista, ma tra le braccia di Maria e Giuseppe. Non si presenta: viene presentato. Quaranta giorni dopo la nascita del Primogenito, Maria compie il rito di purificazione e Gesù viene riscattato secondo la Legge. La salvezza passa attraverso la trama ordinaria della vita religiosa di Israele. Dio non irrompe dall’alto: si lascia portare, offrire, consegnare. Qui emerge un aspetto decisivo: la Presentazione è già, in certo senso, un mistero doloroso. Maria “presenta” e “offre” il Figlio a Dio; ma ogni offerta implica una rinuncia. Comincia qui il cammino di sofferenza che culminerà ai piedi della Croce: la spada che trapasserà il suo cuore è già all’opera nel Tempio.

Ogni primogenito ebreo era memoriale vivente della liberazione dall’Egitto; ma Gesù, il Primogenito per eccellenza, non sarà “risparmiato”: con il suo sangue porterà la nuova e definitiva liberazione. Questo gesto di Maria che offre il Figlio trova eco in ogni Eucaristia. Quando il pane e il vino – frutti della terra e del lavoro umano – ci vengono restituiti come Corpo e Sangue di Cristo, anche noi entriamo nella pace del Signore: contempliamo la sua salvezza e viviamo nell’attesa della sua venuta.

Andare incontro al Signore, luce senza tramonto

Nel Tempio, Simeone e Anna non cambiano il rito prescritto: lo abitano con lo Spirito. La Legge chiede un gesto; lo Spirito accende uno sguardo. Quando Simeone stringe il Bambino tra le braccia, il Tempio cambia volto: non è più solo luogo del dovere, ma spazio di discernimento e profezia. Qui la liturgia rivela il suo segreto: non produce eventi clamorosi, ma genera interpretazione credente della vita. E qui risuona l’appello mistagogico della tradizione:

“Noi tutti che celebriamo il mistero dell’incontro del Signore, corriamo e muoviamoci insieme incontro a Lui. Nessuno si sottragga, nessuno rifiuti di portare la sua fiaccola.”

Accresciamo lo splendore dei ceri non per vanità, ma per significare il divino fulgore di Cristo che viene e fa risplendere ogni cosa. Ma soprattutto, facciamo brillare la lampada interiore dell’anima: la vera luce con cui andare incontro al Signore. Come Maria ha portato tra le braccia la vera Luce e si è avvicinata a coloro che giacevano nelle tenebre, così anche noi, illuminati dal suo chiarore, stringendo tra le mani la luce che risplende dinanzi a tutti, dobbiamo affrettarci verso Colui che è la luce senza tramonto.

“La luce venne nel mondo” (Gv 1,9): Colui che sorge dall’alto ci ha visitati e ha dissipato le tenebre. Per questo camminiamo ora con le fiaccole accese e corriamo portando le luci: non per ostentazione, ma per testimonianza. Portando la luce, confessiamo che la luce ci ha raggiunti. E tuttavia, la luce della Candelora non è trionfale. È una luce che conosce il costo dell’essere luce. Simeone lo dice senza attenuazioni: Gesù sarà segno di contraddizione. La candela accesa non elimina il buio; lo attraversa senza violenza, con la sola forza della fedeltà. Per questo la Candelora non consola superficialmente: educa e purifica lo sguardo.

Una festa che continua nella vita

La benedizione delle candele dice qualcosa di decisivo: non si benedice ciò che deve essere conservato intatto, ma ciò che è destinato a consumarsi. La candela benedetta è fatta per bruciare. Così la liturgia offre una parola sull’esistenza cristiana: ciò che è donato a Dio non viene sottratto alla vita, ma restituito alla sua verità più radicale.

La processione iniziale diventa icona dell’intera vita credente. Non camminiamo verso una luce lontana; camminiamo con una luce affidata, fragile, esposta. La Chiesa non è la sorgente della luce, ma la sua custode responsabile. Custodire la luce non significa rinchiuderla, ma impedirle di spegnersi per indifferenza. Per questo oggi “corriamo tutti incontro a Dio”: questo è il senso del mistero che celebriamo.

La luce vera che illumina ogni uomo è venuta. Tutti dunque brilliamo. Nessuno resti nel buio. Con Simeone, accogliamo tra le braccia della fede la luce sfolgorante ed eterna e rendiamo grazie al Padre della luce, che ha dissipato le tenebre e ci ha resi luminosi.

Anche noi, abbracciando con la fede il Cristo venuto da Betlemme, siamo diventati nuovo Israele. Abbiamo visto con gli occhi il Dio fatto carne e lo abbiamo accolto con le braccia dello spirito. Questa presenza non è ricordo lontano: è ciò che la liturgia rende viva ogni anno. Quando la celebrazione termina e le candele tornano nelle case, la festa non si chiude: si prolunga nella vita. Ogni candela accesa nella ferialità diventa memoria del Bambino offerto, della luce fragile e indomita che ci è stata consegnata.

La Candelora ci lascia una consegna esigente e gioiosa: non spegnere la luce che abbiamo ricevuto – e continuare a camminare, portandola al mondo.

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Di Giuseppe Costa

Laico dell'Arcidiocesi di Palermo, ha conseguito gli studi teologici presso la Pontificia Facoltà teologica di Sicilia «San Giovanni evangelista», il dottorato in Liturgia pastorale presso l'Istituto di liturgia pastorale «Santa Giustina» di Padova. È componente dell'ufficio liturgico dell’Arcidiocesi di Palermo e docente invitato di Liturgia presso la Scuola Teologica di Base «San Luca evangelista» di Palermo. Per la Tau editrice ha pubblicato: Nella tentazione: indurre o abbandonare? Riflessioni sulla nuova traduzione italiana del Padre Nostro (Todi 2020). Una comunità dal Rito (Todi 2023). Si occupa ormai da tempo di formazione biblico-liturgica per i laici.