In un tempo segnato da crescenti tensioni internazionali e conflitti sanguinosi, la parrocchia di San Nicolò di Bari all’Albergheria si è trasformata nel teatro di un importante momento di dialogo e comunione. Una chiesa colma di fedeli ha fatto da cornice alla Veglia Ecumenica e Interreligiosa, un’iniziativa promossa dall’Arcidiocesi di Palermo insieme a sei uffici diocesani (Pastorale Sociale e del Lavoro, Pastorale Giovanile, Caritas Diocesana, Ecumenismo e Dialogo Interreligioso, Servizio Persone con Disabilità, Consulta delle Aggregazioni Laicali) e realizzata in sinergia con quindici comunità cristiane e tradizioni religiose della città — dalla Chiesa Anglicana a quella Valdese, dalle Chiese Ortodosse alle comunità Ebraica, Islamica, Buddista, Hindu e Baha’i.
Sulle note del canto d’apertura «Laudato si’, o mio Signore», l’evento ha preso vita attorno alle parole del profeta Isaia: «Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci». Un richiamo potente che invita a trasformare gli strumenti di morte in mezzi di sostenimento della vita, interpellando direttamente il nostro presente lacerato da odi, persecuzioni e distruzione del creato.
A dare il benvenuto ai partecipanti è stato don Pietro Magro, direttore dell’Ufficio diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso: «Siamo consapevoli che le nostre tradizioni hanno linguaggi, riti e modi diversi di rivolgersi a Dio e di comprendere il mistero dell’esistenza, ma nel rispetto di queste differenze desideriamo incontrarci, ascoltarci e riconoscere ciò che può unirci nella costruzione della pace».
Un mosaico di fedi
La veglia si è snodata attraverso un susseguirsi toccante di preghiere, simboli e riflessioni offerte dai rappresentanti delle diverse confessioni.
Il pastore valdese ha offerto un’intensa meditazione sulle parole del profeta Ezechiele (47, 9-12), soffermandosi sull’immagine del torrente, dell’acqua che sgorga dal tempio. «L’acqua non rimane nel tempio, l’acqua sgorga. È linfa non di una particolare confessione, ma dell’unico Dio a servizio della vita», ha sottolineato. Un invito radicale a non cristallizzare la fede nei propri recinti, ma a far scorrere quest’acqua risanatrice nel mondo per consentire una vera conversione e una nuova nascita.
L’intervento della comunità ebraica si è aperto con la parola Shalom, eco e benedizione che unisce i cuori e si fa grido corale d’invocazione di fronte a un mondo lacerato dai conflitti. Il suono profondo della campana buddista ha richiamato l’assemblea al silenzio e alla concentrazione, introducendo il tema della compassione che libera dalla sofferenza: «Possano tutti gli esseri essere liberi dalla sofferenza, possano le nostre comunità diventare luoghi di serenità, rispetto e cura».
La recitazione in arabo dei versi d’apertura della Sura 14 del Corano — «Nel nome di Dio, il misericordioso, il compassionevole» — ha rimesso al centro la responsabilità affidata all’umanità di custodire la terra e praticare la giustizia, riscoprendo la Misericordia come fondamento comune a ogni cammino spirituale.
La diversità come prassi di pace
Dopo la lettura di Isaia 2, 1-5, l’Arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, ha ripercorso il filo della storia citando la svolta profetica del 27 ottobre 1986, quando Giovanni Paolo II convocò ad Assisi la giornata di preghiera per la pace con i rappresentanti delle Chiese cristiane e delle religioni mondiali.
Riconnettendosi a quella memoria, l’Arcivescovo ha lanciato un monito limpido e appassionato: «Guardiamoci in faccia uno accanto all’altro senza muri che dividono. Rimaniamo accanto senza muri! La forma e il contenuto delle nostre preghiere sono differenti, ma hanno un comune denominatore che è la pace. Giammai, al di là del nome di Dio, le religioni possono essere motivo di violenza e separazione. Nella differenza c’è, è presente, una potenza fatta di pace che può fecondare il mondo».
Parole dalle quali si evince come la diversità non rappresenti un ostacolo, ma la vera risorsa: vivere e celebrare la fratellanza rimanendo ciascuno nella propria identità costituisce già di per sé un’autentica e concreta prassi di pace.
Un seme nell’acqua
Il momento culmine della serata ha visto la teoria farsi gesto. Accompagnati dalle note gioiose del canto ebraico «Evenue shalom alehem» (E sia la pace con voi), i rappresentanti delle diverse comunità e i fedeli presenti si sono mossi insieme per deporre ciascuno un piccolo seme nel vaso di una pianta, poi innaffiato con l’acqua santa della vita.
La pianta, simbolo della terra e della convivenza affidata alla cura di tutti, ha ricordato nella nostra Palermo che ogni grande trasformazione comincia con un gesto semplice, bisognoso di pazienza, custodia e responsabilità condivisa. Da San Nicolò all’Albergheria, per un breve ma intenso momento la pace è diventata un germoglio pronto a fiorire.
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