Sono oltre 800 le bambine e i bambini con bisogni educativi speciali che a Palermo frequentano i corsi di catechesi inclusiva della Prima evangelizzazione, ossia il primo step del percorso che li porterà a ricevere i sacramenti della prima comunione e della cresima. Un progetto curato dall’Ufficio diocesano per la catechesi dell’arcidiocesi di Palermo, guidato da don Angelo Tomasello, e raccontato da “Posso anch’io”, il report pubblicato lo scorso 4 ottobre nella solennità di san Francesco d’Assisi grazie alle risposte arrivate al questionario inviato a tutte le parrocchie.

“Il titolo di questo report non è una domanda, è un’affermazione – si legge nella prefazione – Oggi, nelle nostre comunità, ogni bambino può stare nel gruppo con gli altri, ascoltare la Parola, partecipare a Messa e ricevere i sacramenti. Lo può anche chi vive una disabilità, chi ha un disturbo dell’apprendimento o dell’attenzione, chi porta il peso di una fragilità familiare o sociale”.

Un cammino iniziato nel 2016 con l’invio di un primo questionario alle parrocchie e l’indicazione dei referenti per le comunità, da cui è scaturito il Progetto educativo per la catechesi inclusiva con l’obiettivo di una “fede per tutti”. In un decennio si sono susseguiti corsi di formazione, seminari, percorsi sulla comunicazione aumentativa e alternativa, laboratori sui nuovi linguaggi della fede coinvolgendo centinaia di catechisti in tutto il territorio diocesano.

“All’inizio l’attenzione era rivolta soprattutto alla disabilità – si legge nel report -. Con gli anni si è allargata a tutti i Bisogni Educativi Speciali: ai bambini nello spettro autistico, a quelli con ADHD o con disturbi specifici dell’apprendimento, a chi vive fragilità socio-culturali”.

I numeri

Nel territorio diocesano, quasi l’80% delle parrocchie ha risposto a un questionario sulla fase della Prima evangelizzazione e ne emerge che sono 831 i bambini con bisogni educativi speciali che partecipano alle attività di catechesi: 197 nel Primo vicariato, 91 nel Secondo, 154 nel Terzo, 130 nel Quarto, 150 nel Quinto e 109 nel Sesto. La media è di circa 6 bambini per parrocchia e la distribuzione coinvolge l’intero territorio diocesano che comprende quasi tutta la città di Palermo e parte della provincia.

Diversi sono anche i bisogni educativi: il 31% presenta disturbi dello spettro autistico, il 25% fragilità socio-culturali, il 15% Adhd, il 13% disabilità intellettive e cognitive, l’11% Dsa e il 4% disabilità sensoriali e motorie. “Bisogni diversi che quindi richiedono competenze diverse nello stesso momento”, commenta il report. A prevalere sono comunque i disturbi dello spettro autistico e le fragilità socio-culturali che, insieme, rappresentano oltre la metà: i primi richiedono strumenti di comunicazione, routine prevedibili e ambienti che riducano il sovraccarico sensoriale, i secondi vicinanza alle famiglie, sostegno educativo e una stretta relazione con la Caritas e i servizi sociali del territorio.

“Non esiste un’unica risposta valida per tutta l’Arcidiocesi. La formazione e i materiali vanno calibrati sui bisogni più presenti in ciascun vicariato, senza dimenticare le disabilità meno frequenti, che proprio perché rare trovano le comunità meno preparate”.

Gli strumenti

Il percorso mette a disposizione strumenti diversi che rispondono a esigenze diverse, ma i bambini con Bes (Bisogni educativi speciali) sono comunque integrati nei gruppi: si usano supporti visivi, cartelloni, mappe concettuali, testi semplificati, la Caa (Comunicazione aumentativa alternativa) ma anche esperienze laboratori ali ed esperienziali con attività pratiche, giochi, canti, drammatizzazioni. E, in caso di esigenza, anche un accompagnamento dedicato con un catechista vicino al bambino ma anche un insegnante di sostegno, uno psicologo o un familiare.

“Dove ci sono competenze specifiche, nel I e nel III Vicariato e in parte nel V, lo strumento si sceglie in base al tipo di bisogno; dove mancano ci si affida alla presenza dei genitori, come accade più spesso nel IV, alla vicinanza personale dei catechisti, come nel VI, o a una semplificazione valida per tutti. C’è poi la gravità delle situazioni: alcune comunità accompagnano casi lievi, altre bambini con comunicazione non verbale o con crisi comportamentali intense, che frequentano meno a causa delle terapie. È in questi casi che i catechisti si sentono impreparati e la buona volontà non basta”.

Il ruolo delle famiglie

Il nuovo percorso prevede un attivo coinvolgimento delle famiglie con incontri periodici, colloqui, momenti di dialogo e condivisione: alcune parrocchie chiedono ai genitori di partecipare alle attività dei più piccoli, altre prevedono percorsi paralleli usando anche i social. Il problema, segnala una parrocchia su tre, è “la partecipazione scarsa e discontinua” dovuta a poca costanza o a difficoltà organizzative per conciliare i tempi con il lavoro o le terapie. In alcuni casi c’è anche una certa resistenza ad accettare la disabilità o il disagio del figlio e le famiglie possono reagire con chiusura o diffidenza; in altri invece c’è la paura di essere etichettati o di sentirsi inadeguati, con la conseguenza dell’isolamento.

“Accanto alle difficoltà, le risposte raccontano anche molti aspetti positivi. Quando tra catechisti e genitori nascono un dialogo aperto e un rapporto di fiducia, si crea un’alleanza educativa, un vero ‘ponte’ tra la famiglia e la parrocchia. La condivisione aiuta poi la crescita comunitaria e spirituale: le famiglie riscoprono la dimensione ecclesiale, si sentono accolte come nucleo intero e scoprono in parrocchia come il proprio figlio preghi e viva la fede. Dove i genitori, spesso le madri, restano vicini o partecipano agli incontri, la loro presenza è sempre descritta come una risorsa decisiva”.

Le parrocchie

L’80% delle parrocchie intervistate ritiene di offrire un ambiente accogliente, specie a Messa. “Le comunità più attente – sottolinea il report – hanno trovato modi concreti per includere. Il primo è la flessibilità negli orari e nei comportamenti durante le celebrazioni: i bambini possono muoversi o uscire per qualche momento in caso di crisi senza sentirsi giudicati, e in qualche caso c’è una sala riservata dove possono esprimersi liberamente. Il secondo è un clima familiare di sostegno reciproco tra famiglie e catechisti, in cui i genitori non si sentono soli e gli altri bambini partecipano attivamente all’accoglienza”.

Non mancano le difficoltà: non tutti i fedeli mostrano comprensione per i bambini con bisogni speciali, scambiandoli per maleducazione o capricci. Le cose vanno meglio in provincia, nel V e VI vicariato, dove i legami rendono l’accoglienza più naturale. Decisivo è il ruolo dei presbiteri e dei catechisti che si trovano a dover mediare e ad aiutare la comprensione, passando da una accoglienza “affettiva” a “effettiva”.

Quattro parrocchie su cinque hanno almeno un catechista che ha partecipato alla formazione sulla catechesi inclusiva, ma sono appena il 13% quelle in cui tutti i catechisti sono stati formati. Poche invece le collaborazioni esterne con associazioni o professionisti esterni: più della metà (il 55%) non ne ha; la rete è più sviluppata nel V vicariato.

Critica la situazione degli spazi: appena il 29% delle parrocchie giudica i propri spazi adeguati, il 38% solo parzialmente, per il 33% sono invece inadeguati. Non tutte hanno ingressi a norma, scivoli, ascensori, bagni dedicati o saloni senza gradini, numerosi i limiti architettonici. Disomogenea la situazione delle dotazioni di materiali inclusivi o multimediali come tablet, proiettori, computer, Lim o software dedicati.

Le richieste

L’ultima domanda ha affrontato il tema delle richieste al settore per la Catechesi inclusiva che riguardano una formazione più pratica e meno teorica con esperti del settore, magari con incontri on line e orari flessibili e focus su singole disabilità; aiuti per l’acquisto di strumenti adeguati; una rete territoriale con momenti di confronto e scambio di buone pratiche tra parrocchie.

Il bilancio

A conti fatti, l’arcidiocesi di Palermo può contare su una forte volontà di accoglienza nelle parrocchie, un clima sereno e affettuoso, metodologie laboratoriali e ludiche che superano l’idea della “lezione frontale rigida”, l’uso di supporti visivi e multisensoriali. Restano le criticità legate alla disparità della formazione specifica.

“Questi punti descrivono un’arcidiocesi unita nelle intenzioni e nelle scelte di fondo (l’accoglienza, una didattica flessibile, l’attenzione alle relazioni), ma ancora disomogenea nelle condizioni concrete: la formazione dei catechisti, gli ambienti, la capacità di affrontare le situazioni più gravi, la maturità dell’intera comunità”, si legge nel report che aggiunge: “Dal questionario emerge una Chiesa diocesana che ha fatto propria la scelta dell’inclusione. Quasi ovunque questi bambini vengono accompagnati all’interno del gruppo, da comunità che si sentono accoglienti e da catechisti generosi, creativi e perseveranti”.

Cinque le piste di lavoro per il futuro: formare, accompagnare, comunicare con le famiglie, accogliere davvero e dotare.

Per approfondire

Il report “Posso anch’io”

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Di Roberto Immesi

Giornalista pubblicista, è Revisore dei Conti dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia e Presidente dell’Unione Cattolica Stampa Italiana (UCSI), sezione di Palermo, oltre a essere componente del cda di Radio Spazio Noi, la radio dell'arcidiocesi di Palermo