Il martirio di padre Pierre Al-Rahi, parroco maronita di San Giorgio a Qlayaa, in Libano, che ha perso la vita durante un bombardamento mentre si recava a soccorrere due abitanti del villaggio in una casa appena fuori dall’abitato, colpita da un carro armato israeliano, ci invita a riflettere sugli orrori e le vittime che la guerra continua a generare.

Padre Pierre Al-Rahi – che era anche cappellano regionale di Caritas Libano – non ha voluto abbandonare la propria gente, i fedeli di quella porzione di Chiesa che gli erano stati affidati. Due ore prima della drammatica uccisione, all’emittente cristiana libanese Télé Lumière, il coraggioso parroco maronita aveva dichiarato: «In mezzo ai bombardamenti con ogni sorta di armi, le armi in nostro possesso rimangono la fede, il desiderio di pace e la speranza nella risurrezione dopo l’attuale passione».

Papa Leone XIV ha ricordato il sacrificio di padre Pierre Al-Rahi al termine dell’Udienza Generale di questi giorni: «In arabo “El Raii” significa “il pastore”. Padre Pierre – ha detto il Pontefice – è stato un vero pastore, che è rimasto sempre accanto al suo popolo, con l’amore e il sacrificio di Gesù Buon Pastore. Non appena ha sentito che alcuni parrocchiani erano rimasti feriti da un bombardamento, senza esitazione è corso ad aiutarli. Voglia il Signore che il suo sangue sparso sia seme di pace per l’amato Libano».

La scelta di un parroco di restare con il proprio “gregge”, e di non fuggire, ci dice tanto sul significato e il valore della “fedeltà”, come forma di resistenza non violenta, ma soprattutto come forma di appartenenza ad un amore più grande. Restare significa dire alla comunità: “Non siete soli e non vi abbandono”. Il sacrificio di padre Pierre ci ricorda la preziosa missione del presbitero che diventa dono di Dio per una intera comunità.

Molto azzeccate, a tal proposito, le parole dell’Evangelista Giovanni: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore» (Gv 10,11-16).

San Giovanni Maria Vianney (Curato d’Ars), del sacerdote diceva: «Un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, è questo il tesoro più grande che il buon Dio può concedere a una parrocchia, e uno dei doni più preziosi della misericordia divina».

Foto: Caritas Libano – Sir

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Di Michelangelo Nasca

Direttore Responsabile, giornalista vaticanista, docente di Teologia Dogmatica. È Presidente dell’emittente radiofonica dell’Arcidiocesi di Palermo, “Radio Spazio Noi”, vicepresidente regionale e membro dell’Unione Cattolica Stampa Italiana (UCSI), sezione di Palermo.