Nel ritmo dell’anno liturgico, la Quaresima continua a rappresentare per i cristiani un tempo privilegiato di conversione, ascolto e rinnovamento spirituale. Eppure, nel contesto culturale contemporaneo, segnato dalla velocità, dalla frammentazione e da nuove domande di senso questo tempo forte della tradizione della Chiesa cattolica chiede di essere compreso e vissuto con uno sguardo capace di coniugare fedeltà al Vangelo e attenzione alla vita concreta delle persone. Che cosa significa oggi parlare di digiuno, preghiera e carità? In che modo la Quaresima può diventare un cammino autentico per uomini e donne del nostro tempo? E quale linguaggio può aiutare le comunità cristiane a riscoprirne la profondità spirituale?
Per riflettere su queste domande abbiamo incontrato la teologa Maria Butera, che con competenza e sensibilità pastorale, ci accompagna a rileggere il senso di questo tempo liturgico alla luce della Parola e dell’esperienza ecclesiale. Ne emerge uno sguardo che invita a vivere la Quaresima non come un insieme di pratiche formali, ma come un itinerario di libertà interiore che prepara il cuore alla gioia della Pasqua.
Quando sentiamo parlare di Quaresima pensiamo spesso a rinunce, a sacrifici. Che significato ha questo periodo nel mondo di oggi, così frenetico e pieno di stimoli?
Io vorrei iniziare a parlare della bellezza del messaggio cristiano, perché guardare subito i sacrifici, staccandoli dalla loro collocazione, significa presentarli secondo me in maniera riduttiva, negativa. Se invece noi partiamo dal fatto che ognuno di noi sperimenta quanto l’incontro con Cristo ci abbia cambiato la vita, un po’ come accade nelle storie d’amore, il sacrificio non viene visto come fatica, come difficoltà, perché scaturisce dall’amare la persona per la quale si compie la rinuncia.
E così dobbiamo collocare i sacrifici, le privazioni all’interno del tempo di grazia, perché la Quaresima è un tempo di grazia che la Chiesa ci mette a disposizione per poter rivedere il nostro rapporto con Cristo e per farlo abbiamo bisogno di un’attenzione maggiore all’ascolto della Parola, alla preghiera personale e poi è necessaria anche una sorta di controllo, autocontrollo per quanto riguarda il cibo, ma tutto quello che riguarda i sacrifici di carattere fisico bisogna spiegarlo. Essi non sono non fine a se stessi, sono mezzi che la Chiesa con la sua sapienza materna ci offre, ci mette davanti, per raggiungere il fine che è il cambiamento del cuore, la conversione che deve essere sempre il cammino ininterrotto di ogni cristiano.
Lei è stata per tanti anni a contatto con i giovani. Molti fanno fatica a sentire la Quaresima come qualcosa che li riguarda davvero. Abbiamo detto di guardare la Quaresima al di là del sacrificio, al di là del cibo che puoi mangiare o non puoi mangiare. Come si può rendere questo tempo più vicino alla loro esperienza quotidiana?
Riparto dalla mia risposta precedente. Prima di pormi delle limitazioni, devo capire quanto sia bella la sequela di Cristo. In questo nostro tempo i giovani sono assetati di ricerca di senso, di valori. Anche da poco abbiamo ascoltato la professoressa Bignardi a Palermo che ci ha offerto un numero rilevante di testimonianze, ottenute attraverso una ricerca scientifica dell’Istituto Toniolo di Milano; dall’indagine emerge quanto i giovani vogliano trovare un senso alla loro vita. Noi, per presentare in modo attraente il messaggio cristiano potremmo partire da alcuni valori condivisi che sono la ricerca della giustizia, la ricerca della pace, l’amore per l’ecologia, elevandoli poi ad un livello più alto, cioè per noi l’ecologia diventa rispetto il creato che è opera del Dio creatore.
Per noi la giustizia e la pace sono anche valori umani ma sono prima di tutto valori escatologici che danno il senso ultimo alla vita di ciascuno.
Allora se io faccio innamorare i giovani di questa proposta, poi si può proporre loro anche la rinuncia, il sacrificio quaresimale; in questo modo essi vengono collocati come possibilità di attuazione del cristianesimo. Nel messaggio della Quaresima che il nostro Arcivescovo ha donato alla Chiesa di Palermo c’è anche una punto secondo me straordinario, quando dice “cristiani poeti”, noi cristiani dobbiamo essere poeti, ma non nel senso di scrivere poesie, ma proprio dal verbo greco “poieo”, cioè creare, fare, quindi è necessario trovare quegli strumenti creativi per poter presentare il messaggio in maniera appetibile anche ai giovani di oggi.
La quaresima ci invita alla conversione, ma in termini concreti cosa significa convertirsi oggi e nella vita di tutti i giorni?
Convertirsi letteralmente vuol dire cambiare direzione, cambiare mentalità, Paolo la chiama “metanoia”, cambiamento di testa e ciò in concreto significa rivedere tutti quegli atteggiamenti sbagliati, lontani dal Vangelo, che io inevitabilmente e lentamente vado mettendo in atto.
In questi giorni, è stato pubblicato anche il messaggio per la Quaresima di LeoneXIV. Il papa dice che bisogna cominciare dal convertirsi nell’uso delle parole, quindi vocaboli, frasi che non siano offensive, che non facciano male, ma sono anche molto negative anche le affermazioni fatte quando si parla male di persone assenti e questo purtroppo è un atteggiamento che io per prima a volte pongo in essere. Qualche domenica fa abbiamo letto proprio il Vangelo di Matteo in cui Gesù dice che il nostro parlare deve essere sì sì o no, non dobbiamo giudicare. L’errore che io commetto è sempre quello di relegare spesso la fede cristiana all’ambito liturgico-cultuale. Terminata la preghiera, la celebrazione liturgica, io esco dalla chiesa e dimentico completamente che invece il messaggio cristiano si deve vivere e testimoniare fuori, sulle strade del mondo. Il Signore mi dice di incarnare il suo messaggio nella storia; il cristianesimo infatti ha inizio dal mistero dall’incarnazione, quindi tutti i miei atti in qualunque ambito professionale, familiare, ecclesiale, dovrebbe essere permeato da questo tentativo; lo definisco tentativo perché è chiaro che siamo fragili, però devo provare ad attuarlo nella storia. Quando questo non accade o accade in maniera molto blanda viene meno la credibilità e anche l’attrazione del messaggio cristiano.
Pensiamo a questo punto a testimoni credibili, il giovane magistrato Rosario Livatino, che ha tradotto concretamente, quotidianamente nella ferialità il suo essere cristiano principalmente nella professione, proprio vista come attuazione della carità. Ad esempio il giudice, essendosi accorto che un detenuto aveva finito di scontare la sua pena, si reca il 15 agosto nel carcere a portare il decreto di scarcerazione perché non voleva che neanche un giorno in più il carcerato, avendo finito, stesse ancora recluso. Oppure mostrava la carità concreta quando pregare sulle salme di criminali incalliti che erano nella camera mortuaria. Quindi la sua carità era concretissima e noi dobbiamo ricordare sempre che saremo giudicati dalle opere.
Questo lo dice Gesù, quindi, partire da ciò, il fine ultimo della quaresima è la carità, è la conversione, quello dobbiamo puntare. Tutto gli strumenti che la Chiesa ci mette a disposizione: digiuno, astinenza, penitenza servono soltanto per arrivare alla conversione del cuore. La nostra Pasqua sarà veramente tale se ci saremo lasciati trasformare dalla Parola di Dio e quindi avremo imparato ad agire di conseguenza: un’adesione concreta, reale, nei gesti quotidiani.
Siamo nel cuore della quaresima, Se dovessimo lasciare un messaggio ai nostri lettori, un messaggio semplice però forte per vivere questo tempo in modo autentico, quale sarebbe? Io dico che è importante la coerenza, cioè tentare di testimoniare, di vivere la propria fede ognuno nella condizione in cui si trova. Non è che tutti dobbiamo essere missionari in un paese straniero o compiere chissà quali altri gesti eroici, ma sicuramente a tutti viene chiesto di vivere in concreto il proprio essere seguaci di Cristo. Qual è il brano del Vangelo che ci dice su che cosa saremo giudicati? È il discorso del giudizio universale, Matteo 25. Avevo fame e mi avevo dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero nudo, mi avete vestito e siete venuti a trovarmi da carcerato.
Quindi il nostro futuro ultimo sarà determinato da come ci comporteremo durante la vita terrena; se avremo amato Cristo in chi magari non ci appare molto simpatico, in chi è molto lontano dal nostro sentire, allora condivideremo la gioia del Regno di Dio in pienezza.
Dalle parole della nostra interlocutrice emerge con chiarezza come la Quaresima non sia semplicemente un periodo di rinunce, ma un’occasione preziosa per riscoprire l’essenziale della vita cristiana. In un tempo in cui tutto sembra spingere verso la superficialità e la fretta, questo cammino invita invece a rallentare, ad ascoltare e a rimettere al centro la relazione con Dio e con gli altri. La Quaresima diventa così uno spazio di verità: un tempo in cui la fede si confronta con la vita concreta, con le fragilità personali e con le attese del mondo. Un tempo che chiede alla comunità cristiana di testimoniare, con semplicità e credibilità, la speranza che nasce dal Vangelo.
Maria Butera, Licenza in Ecclesiologia, è stata Insegnante di Religione al Liceo classico Umberto I di Palermo, è docente alla Scuola Teologia di Base “San Luca Evangelista”, membro e segretaria del Consiglio Pastorale dell’Arcidiocesi di Palermo. Da anni è anche impegnata nel dialogo educativo con i giovani e gli adulti.
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