Vincere le pesti che oggi affliggono la città e il mondo intero, guardare a santa Rosalia per portare speranza e amore lì dove l’odio sembra aver preso il sopravvento. In una serata torrida, Palermo si stringe attorno alla sua Santuzza nella tradizionale processione che attraversa il Cassaro, portando le reliquie della vergine normanna fin quasi al mare.
Non è più il tempo del corteo “laico” e del carro, protagonisti della vigilia: il 15 luglio i palermitani si ritrovano dietro al fercolo d’argento che attraversa la città per ricordare, dopo 402 anni, il ritrovamento delle spoglie mortali di Rosalia. Quei resti che quattro secoli fa liberarono Palermo dalla peste, quelle ossa a cui ancora oggi le donne e gli uomini, di fede e non, guardano per essere liberati.
La processione
Alle 19 prende il via la solenne processione dalla cattedrale in cui monsignor Corrado Lorefice ha presieduto questa mattina il pontificale, seguendo un percorso tanto semplice quanto significativo: tutto il Cassaro, fino a piazza Marina e ritorno, col canto ad accompagnare l’uscita. Poche le autorità presenti, tantissimi i fedeli che, nonostante il caldo, seguono la santa. Le confraternite sfilano con i gonfaloni, le campane scandiscono la lenta marcia che passa dai Quattro Canti dove l’arcivescovo benedice la città.
Un clima di preghiera, animato dai canti, che, come spesso accade, non coinvolge tutti: accanto a chi eleva suppliche c’è chi si fa distrarre dai negozi o dai pub che accolgono i turisti, ammaliati al passare dell’urna d’argento. I clic non si contano neanche più, con gli smartphone che al buio si illuminano per immortalare il momento che finisce sui social, con buona pace della preghiera che dovrebbe caratterizzare una processione.

Il discorso alla città
Piazza Marina è tirata a lucido, le luminarie raccontano il clima di festa. Sul palco sale l’arcivescovo, monsignor Lorefice, e il copione non delude: un discorso che non fa sconti, soprattutto alle autorità presenti che, come ogni anno, subiscono le reprimenda dal presule che, indicando Rosalia, punta il dito contro i mali di questa città.
“La Santuzza è innanzitutto l’emblema di colei che ha fatto fronte alla peste e ha liberato la nostra città – dice il presule -. Sono eventi accaduti quattro secoli fa. Stasera però dobbiamo coglierne tutta la potente attualità. Perché devo dirvi, a voce alta, che la peste è tornata. È tornata in diverse forme: a Palermo, in Italia, nel mondo. Dobbiamo prendere coscienza di quel che sta accadendo attorno a noi, per condividerlo e per presentarlo stasera davanti alla Santa che tutti ci rappresenta e ci sostiene.”
L’arcivescovo, che non ha mancato di smentire chi sulla stampa ha parlato di semplice “folklore”, mette il dito nelle piaghe di Palermo: “Riemergono vecchie ferite di Palermo ma insieme alle nuove. Sono sotto gli occhi di tutti. E chiunque abbia una responsabilità – io per primo – non può girarsi dall’altra parte. Il nostro omaggio alla Santuzza sarebbe vuoto e insulso se davanti a lei, stasera, non ci impegnassimo tutti per una svolta. Sono ferite mortali per il corpo sociale della città. Penso al ritorno prepotente e asfissiante del racket. Alla trafila di intimidazioni che vogliono distogliere dal bene le brave persone. Alla violenza diffusa e senza scrupoli. Alla recrudescenza isterica e giovanilistica della mafia che ha nella sua stupidità la maggiore pericolosità”.
L’esempio dei santi
Palermo afflitta dalla criminalità, nella morsa dei suoi mali. Lorefice parla di una sfida anzitutto “sociale e culturale” e tocca vari temi: dalla mancanza di lavoro alle emergenze della droga e dell’alcol, terreni fertili per la mafia contro cui i palermitani e i siciliani, in primis, sono chiamati a battersi. Il presule cita santi e beati come Giacomo Cusmano, Pino Puglisi, Rosario Livatino ma anche martiri civili, su tutti Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
“Diciamolo senza mezzi termini: non abbiamo amato Palermo, se non l’abbiamo addirittura tradita. E ora dobbiamo in fretta pentirci e rimediare, senza scusanti, senza lungaggini, senza compromessi. Alziamoci in piedi. Lo faccia tutta Palermo, facciamolo tutti, dalle donne e dagli uomini delle Istituzioni a tutte le Palermitane e i Palermitani. Chiediamoci: ma noi la amiamo davvero Palermo? Palermo ci sta a cuore come sta a cuore a Rosalia? Se guardiamo a lei non possiamo avere dubbi. Care Concittadine, Cari Concittadini, vi supplico, dal profondo del cuore: dimostriamo il nostro amore per Palermo. Agiamo con decisione e iniziamo oggi a cambiare le cose. Domani sarà troppo tardi”.

Il discorso poi vira sul livello nazionale e internazionale, secondo un copione ben noto: Lorefice non risparmia critiche alla remigrazione, chiede accoglienza guardando alla visita lampedusana di Papa Leone XIV, mena fendenti contro i potenti della Terra che giocano alla guerra, propone il parallelismo tra Vangelo e Costituzione.
“Portare speranza nel mondo”
“Davanti a questo noi dobbiamo levarci stasera e guardare a Rosalia – aggiunge l’arcivescovo -. La storia della nostra Santuzza è, prima di tutto, una storia di scelta e di rottura. La peste del 1624 era infatti un male fisico, visibile, misurabile. Le pesti odierne sono più subdole: sono pesti dell’anima, dello spirito umano. Rosalia ci aiuta a curarle”.
Monsignor Lorefice non si illude: non sarà una processione a fermare le guerre o a cambiare i cuori e propone Rosalia come “modello di resistenza etica”. “La preghiera a Rosalia, oggi, diventa un impegno a non essere mai spettatori della sofferenza altrui, ma a diventare, nel nostro piccolo, animatori di una processione che trasporta la speranza nelle piazze del mondo, specialmente là dove il buio della guerra e dell’odio sembrano aver preso il sopravvento. Rosalia ci illumini e ci accompagni sui sentieri della giustizia, della verità e della pace”.
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