Abbattere il muro che, nel cuore di ciascuno, ci separa dall’amore di Dio per scegliere l’Amato, per divenirne amici e discepoli sull’esempio di santa Rosalia.
In una cattedrale gremita, l’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, rivolge il suo appello alla Chiesa e alla città. Un appello di conversione, un appello che esorta a guardare alla “santuzza” non come a un’icona laica ma come a un modello di santità, di una vita totalmente donata a Dio e agli altri.
All’indomani del corteo fatto di luci e di canti, Palermo si ritrova il 15 luglio a vivere la sua fede per intercessione di Rosalia: il pontificale di mattina, la solenne processione nel tardo pomeriggio col messaggio alla città. Una dicotomia che Palermo vive ogni anno e prova a ricomporre, non sempre riuscendoci, assuefatta “dal frastuono e dall’opulenza imperante”.

È l’arcivescovo, con la sua vibrante omelia, a riportare la fede in Cristo al centro del Festino. “Amare e assomigliare a Cristo crocifisso, riprodurre la sua vita, è la vocazione di ogni credente. Anche per questo, iconograficamente, Rosalia viene raffigurata con un crocifisso in mano, mentre vive reclusa volontariamente nella grotta di Monte Pellegrino, divenuta anche suo sepolcro. Come accadde al Messia inchiodato sulla croce, trafitto e sepolto sul Monte Calvario”.

Poi l’invito alla Chiesa, in una celebrazione a cui prendono parte anche tre vescovi (i monsignori Salvatore Gristina, Salvatore Di Cristina e Domenico Mogavero), decine di presbiteri e diaconi, il presidente della Regione Renato Schifani, il sindaco Roberto Lagalla, la vicepresidente del consiglio comunale Teresa Piccione, il prefetto Massimo Mariani, il questore Vito Calvino.
“Rosalia ci ricorda che, solo se perseveriamo nell’amare e nell’attendere l’Amato, la nostra Chiesa riconoscerà il sopraggiungere del suo Signore e Sposo. Abbiamo la responsabilità di custodire e alimentare personalmente e comunitariamente la fede, di coltivare e tenere acceso il desiderio dell’incontro con il Signore”.

Ed è solo dall’incontro col Signore che i cristiani possono trarre la forza e la spinta per essere sale della terra, per impegnarsi a costruire un mondo più giusto. “Stare al cospetto di Dio significa portare su di sé la sofferenza e il travaglio del mondo, della città, delle case, dei quartieri, delle strade. Intercedere, far proprio il grido di chi nella sofferenza prega o impreca perché chiede liberazione giustizia e vita. Amare e servire Dio significa amare e prendersi cura di chi soffre, di chi è vittima di altri uomini rapaci. Di questo si tratta, non di ‘buonismo’, ma di fede, di amore a Cristo molto concretamente riconosciuto e incontrato negli umiliati ed emarginati della nostra città, nei disoccupati e nei giovani senza speranza di futuro, raggirati da lucratori venditori di dipendenze e di morte; negli ammalati e negli anziani vittime di un sistema sanitario inefficiente e travolto da scandali; in ogni uomo e in ogni donna, bambini e anziani, che approdano nelle nostre isole con un pesante bagaglio di traumi dovuti alle guerre e alle nuove e vecchie povertà”.

Segui Porta di Servizio
Seguici sul nostro canale WhatsApp oppure qui t.me/porta_diservizio sul gruppo Telegram.