Una giornata di grazia. È quella che ha vissuto sabato scorso la comunità di Lampedusa con la visita del Santo Padre Leone XIV.
Una visita pastorale, quella del Pontefice, nel solco di quella compiuta da Papa Francesco l’8 luglio 2013, con la particolare attenzione ai temi dell’accoglienza, del rispetto e della tutela della dignità di tutti esseri umani, perché creati a immagine e somiglianza di Dio. Un segno di fedeltà al Vangelo, a Dio, che, in ogni tempo, sta dalla parte dei piccoli, dei diseredati, degli oppressi. Dio, dice a più riprese la Sacra Scrittura, è difensore dell’orfano, della vedova e dello straniero.
L’arcivescovo di Agrigento, monsignor Alessandro Damiano, alla vigilia del 4 luglio, aveva definito quella del Papa “una visita profetica, come di chi legge il presente con gli occhi di Dio”.
E profetici sono stati gesti e parole del successore di Pietro. Il Santo Padre, infatti, appena atterrato, si è recato al cimitero dell’isola, per sostare in preghiera su una delle aree in cui si trovano le sepolture di migranti, morti nel tentativo di raggiungere l’Europa. In particolare, il Pontefice ha deposto una corona di fiori sulla tomba del piccolo Yusuf Ali Kanneh, morto l’11 novembre 2020, quando aveva appena sei mesi. Il bambino si trovava su un gommone insieme alla madre, una ragazza di diciassette anni originaria della Guinea, quando l’imbarcazione è stata travolta dalle onde. La violenza dei flutti ha strappato via il corpicino del piccolo dalle braccia della giovane madre. I soccorritori di una ong sono riusciti a recuperare il bimbo, ma per lui non c’è stato niente da fare. È giunto cadavere sull’isola ed è stato sepolto nel cimitero della più grande delle Isole Pelagie.
La visita del Papa è proseguita, poi, con una tappa alla Porta d’Europa, uno dei luoghi simbolo dell’isola. Il monumento, realizzato dallo scultore Mimmo Palladino, è stato collocato nel punto più a sud d’Europa e rappresenta idealmente la porta di ingresso per chi aspira a toccare il suolo del Vecchio Continente. Lì il Pontefice ha dapprima incontrato due bambini: Maria, nata a Lampedusa da una famiglia della Costa d’Avorio, e Leonardo, nato in Ghana e adottato da una coppia italiana. Quindi, il Papa ha attraversato, da solo, la Porta d’Europa e ha sostato davanti quel lembo di mare che raccoglie tante lacrime e speranze.
In seguito, Leone XIV si è spostato al Molo Favaloro, punto di approdo per quanti cercano rifugio, salvezza, vita. Sulla banchina, Papa Prevost ha benedetto una targa che intitola il Molo a Papa Francesco, facendo memoria dello storico viaggio del suo predecessore e del suo saluto ai migranti presenti.
Infine, il Pontefice si è recato al campo sportivo, dove ha celebrato l’Eucaristia, fonte e culmine di tutta la vita cristiana. Il Papa, nel suo saluto introduttivo, ha voluto sottolineare il motivo della sua visita e la centralità, in essa, della celebrazione eucaristica.
“Non sono venuto per fare discorsi – ha detto Leone XIV – ma a celebrare l’Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi. Il gesto di Gesù che spezza il pane per donare Sé stesso dà senso e forza ai nostri gesti quotidiani di assistenza e di condivisione. Sì, questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore. Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, più umano per tutti”.
A fare festa con il Papa la Chiesa di Sicilia, guidata da alcuni vescovi, tra i quali l’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice e, in particolare, la Chiesa agrigentina, accorsa con i suoi ministri per salutare il successore di Pietro. In prima fila, ad accogliere l’abbraccio del Papa, malati, anziani e bambini.
Poi, nell’omelia, il Pontefice ha ringraziato quanti, a vario titolo e in vari modi, hanno scelto di esercitare la prossimità, sulla scia della parabola del buon Samaritano, proclamata nella Liturgia della Parola. A chi, “con o senza il dono della fede, ha scelto di amare insieme”. Poi, una sferzata: “L’amore è sempre nella libertà e la libertà sta nelle decisioni. C’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate. Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi, del racconto evangelico, la fretta di ‘passare oltre’”.
Quindi, l’invito, diretto all’Europa, affinché affronti “la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare”.
Al termine della celebrazione eucaristica, dopo i saluti, il Pontefice è tornato a Roma.
Sciolti i vincoli del protocollo di sicurezza, adottato per l’evento, sull’isola i ritmi frenetici, tipici della stagione estiva, hanno ripreso il sopravvento. Le spiagge brulicano di turisti e le presenze in questo periodo hanno fatto già registrare un deciso incremento rispetto all’anno scorso.
Ci sarà tempo per meditare e metabolizzare le parole del Papa, per coglierne appieno il significato umano e spirituale. Resta, intanto, un dato: in soli tredici anni due Papi hanno onorato della loro presenza e benedetto una piccola isola di appena 25 chilometri quadrati di superficie, che conta circa seimila abitanti. Non una scelta casuale, ma un segno preciso, che monsignor Alessandro Damiano, durante la veglia in preparazione alla visita del Pontefice, aveva voluto sottolineare: “È segno che siamo nel posto giusto. Il Papa è venuto a confermare che siamo sulla strada giusta”.
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