La recente intervista dell’Abate primate dei Benedettini Dom Jeremias Schröder, rilasciata al quotidiano “Avvenire”, ha riacceso il dibattito nella Chiesa sulla liturgia e soprattutto sul destino del vetus ordo, ossia del rito preconciliare.
Un tema di cui Portadiservizio si era già occupata con l’intervista al liturgista palermitano Giuseppe Costa che aveva commentato la lettera dell’Abate di Solesmes, Dom Geoffroy Kemlin, e la proposta del benedettino per la pace liturgica.
Torniamo a parlarne con una nuova intervista a Costa per fare il punto sulla questione, alla luce del più recente dibattito.

E’ possibile, come propone l’Abate primate, una “convivenza pacifica” tra liturgia antica e liturgia riformata? È questo il punto di equilibrio raggiungibile nella Chiesa?
“Più che un punto di equilibrio, direi che siamo davanti a una tensione non ancora pienamente risolta. Parlare di ’convivenza pacifica’ rischia di essere una formula diplomatica, ma teologicamente fragile. Il Concilio Vaticano II non ha autorizzato una nuova forma liturgica accanto a una precedente: ha avviato una riforma organica, che esprime una rinnovata comprensione della Chiesa, della partecipazione dei fedeli e del mistero celebrato. La liturgia riformata non è una ’opzione tra le altre’: è la forma ordinaria attraverso cui la Chiesa oggi vive la propria fede. Pensare a una giustapposizione permanente di due forme come se fossero equivalenti rischia di indebolire proprio ciò che il Concilio ha inteso restituire: l’unità tra lex orandi e lex credendi”.
Eppure si dice che alcune comunità religiose trovino nella liturgia antica una sorgente di vitalità vocazionale…
“Questo argomento va trattato con molta cautela. La vitalità di una comunità non si misura semplicemente dal numero delle vocazioni, ma dalla qualità evangelica della sua vita e dalla sua capacità di essere segno ecclesiale nel tempo presente. Ridurre la questione liturgica a un fattore ‘attrattivo’ è teologicamente improprio. La liturgia non è uno strumento per ottenere risultati, ma l’atto in cui la Chiesa si riceve da Cristo. Se una forma liturgica viene percepita come più ‘identitaria’ o rassicurante, bisogna interrogarsi non tanto sulla sua efficacia, quanto sulla visione ecclesiologica che la sostiene”.
L’Abate Primate sembra suggerire che la forma antica abbia ormai un “diritto di cittadinanza” nella Chiesa. Condivide?
“Qui occorre essere molto chiari. Il magistero recente (che non è inferiore per valore a quello di altri pontefici), specialmente con Traditionis custodes di Papa Francesco, ha precisato che l’uso del messale precedente alla riforma è concesso in modo limitato e regolato, non come espressione parallela ordinaria della vita liturgica della Chiesa. Non si tratta di negare la storia, ma di custodire l’unità ecclesiale. La riforma liturgica è irreversibile, non per una scelta ideologica ma perché radicata in una comprensione più profonda del mistero della Chiesa. Parlare di ‘diritto acquisito’ rischia di trasformare una concessione pastorale in un principio teologico, e questo non è sostenibile”.
Qualcuno tende a contrapporre le decisioni di Papa Benedetto XVI a quelle di Papa Francesco: è corretto?
“Più che contrapporre due Papi come se uno avesse ‘sbagliato’ e l’altro ‘corretto’, è più adeguato leggere i loro interventi dentro uno sviluppo del magistero, segnato da contesti diversi e da differenti priorità pastorali. Il motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI nasceva dall’intento di favorire la riconciliazione ecclesiale e di riconoscere un posto più ampio alla forma liturgica precedente, nella convinzione che ciò potesse sanare fratture ancora aperte. Secondo la testimonianza del suo segretario, monsignor Georg Gänswein, il fatto che abbia continuato a celebrare quotidianamente secondo il messale di Paolo VI anche da Papa emerito è un dato significativo. Non si trattava di mettere in discussione il Concilio Vaticano II. Successivamente Papa Francesco, con il motu proprio Traditionis Custodes, è intervenuto alla luce di una valutazione pastorale diversa: in alcuni contesti, l’uso del vetus ordo non aveva favorito l’unità, ma era diventato talvolta segno di distanza o persino di rifiuto del cammino conciliare. Da qui la scelta di porre limiti più chiari, riaffermando con forza che la liturgia riformata è l’espressione ordinaria della vita liturgica della Chiesa. Dunque, più che un ’errore’ seguito da una ’correzione’, si può parlare di un discernimento che si sviluppa nel tempo. Entrambi i pontefici hanno agito con l’intento di custodire l’unità della Chiesa, ma hanno individuato strade diverse per perseguirla in risposta a situazioni storiche e pastorali mutate”.

Ma i benedettini non possono essere un modello di questa coesistenza serena anche nella Chiesa?
“I benedettini hanno certamente una grande tradizione di equilibrio e discernimento e questo è un dono per tutta la Chiesa. Tuttavia, non tutto ciò che è possibile in un contesto monastico è automaticamente trasferibile alla Chiesa universale. La vita monastica vive di una pluralità di forme e osservanze, ma la liturgia della Chiesa non è semplicemente uno spazio di pluralismo: è il luogo dell’unità. Il rischio è che ciò che appare come ‘riconciliazione’ diventi in realtà una forma di ambiguità ecclesiale, dove convivono implicitamente due visioni diverse di Chiesa”.
In che senso due visioni diverse?
“La riforma del Concilio Vaticano II ha posto al centro la partecipazione attiva di tutto il popolo di Dio, la centralità della Parola, la dimensione comunitaria dell’azione liturgica. Alcune interpretazioni legate alla forma precedente tendono invece a privilegiare una visione più clericale, più ritualistica e meno dialogica della celebrazione. Non è solo una questione di lingua o di gesti: è una diversa teologia della Chiesa che si esprime nel rito, anzi che emerge dal rito”.
Perché esiste un legame così stretto tra liturgia ed ecclesiologia? Non si tratta semplicemente di modi diversi di pregare?
“No ed è proprio qui il punto decisivo. La liturgia non è anzitutto ’un modo di pregare’, ma l’atto in cui la Chiesa accade. Non è qualcosa che la Chiesa fa: è il luogo in cui la Chiesa diventa ciò che è. Per questo, ogni forma liturgica porta con sé una visione di Chiesa. È ciò che la tradizione ha sempre espresso con il principio lex orandi, lex credendi: come la Chiesa prega, così crede; e potremmo aggiungere, così vive. Pensiamo a ciò che il Concilio Vaticano II ha voluto recuperare: la liturgia come azione di tutto il popolo di Dio, non solo del ministro; la centralità della Parola; la partecipazione piena, consapevole e attiva. Questi non sono dettagli rituali: sono espressioni di una precisa ecclesiologia. Dicono che la Chiesa non è una somma di individui spettatori, ma un corpo vivo, convocato da Dio, in cui ciascuno ha una parte reale nell’azione liturgica”.
Quindi cambiare la liturgia significa cambiare la Chiesa?
“In un certo senso sì, o almeno, significa cambiare il modo in cui la Chiesa si comprende e si manifesta. Se la liturgia è vissuta come azione quasi esclusiva del sacerdote, con un popolo prevalentemente passivo, si esprime una certa immagine di Chiesa. Se invece è vissuta come azione corale, in cui ministeri e assemblea interagiscono, emerge un’altra immagine. Non si tratta di giudicare in modo semplicistico il passato, ma di riconoscere che il Concilio Vaticano II ha operato un riequilibrio profondo, riportando alla luce dimensioni antiche e spesso offuscate”.
Quindi non è possibile l’integrazione invocata dall’Abate?
“L’integrazione è possibile, ma solo nella linea della riforma e non al di fuori di essa. La tradizione non è un museo da conservare intatto, ma una realtà viva che cresce nella storia. Il vero compito oggi non è difendere spazi per forme liturgiche del passato ma celebrare bene, con verità e profondità, la liturgia rinnovata. Dove la riforma è stata banalizzata o impoverita, è lì che bisogna intervenire, non tornando indietro ma andando più a fondo. La liturgia non appartiene a gruppi o sensibilità: appartiene alla Chiesa intera. E la Chiesa, attraverso il Concilio Vaticano II, ha compiuto una scelta chiara. Custodirla non significa irrigidirsi, ma rimanere fedeli a un cammino che lo Spirito ha aperto e che non può essere semplicemente affiancato da strade parallele senza perdere coerenza”.
Nel discorso del Papa, firmato dal cardinale Parolin e rivolto ai vescovi francesi, si invitava a integrare, alla luce dello Spirito Santo, le comunità che celebrano secondo il vetus ordo. Si può interpretare questo come un segnale di apertura da parte del Papa, come molti sostengono?
“È comprensibile che venga letto così, ma una lettura più attenta suggerisce qualcosa di più articolato: non tanto un cambiamento di linea, quanto un richiamo a un discernimento ecclesiale più profondo. Il Santo Padre chiede infatti uno sguardo nuovo e reciproco, capace di favorire una comprensione più matura delle diverse sensibilità e di tradursi in soluzioni concrete che includano con generosità i fedeli sinceramente legati al vetus ordo. Tuttavia, questa apertura pastorale non è priva di un orientamento preciso. Il Papa mantiene un punto fermo chiaro: tutto deve avvenire nel rispetto degli orientamenti voluti dal Concilio Vaticano II in materia liturgica. Questo criterio incide in modo decisivo sul significato dell’’integrazione. Non si tratta di creare una semplice coesistenza tra modelli liturgici considerati equivalenti, né di cercare un compromesso tra posizioni diverse. L’inclusione delle comunità legate alla forma più antica deve avvenire dentro il quadro normativo e teologico della riforma liturgica, che resta il riferimento della Chiesa post-conciliare. Non un’inclusione senza criteri, dunque, ma un’inclusione ordinata che renda visibile l’unità della Chiesa e la fedeltà al suo cammino”.
Alcuni parlano però di “arricchimento reciproco” tra le due forme del rito romano. È una prospettiva valida?
“L’espressione può essere suggestiva, ma… un vero arricchimento reciproco presuppone una simmetria che, dal punto di vista teologico ed ecclesiale, non esiste più. Dopo il Concilio Vaticano II, la forma riformata è il riferimento normativo della preghiera della Chiesa latina. Non si tratta di una delle possibili espressioni, ma di quella che incarna oggi la coscienza ecclesiale maturata nel Concilio. Ciò non significa disprezzare la tradizione precedente, ma riconoscere che essa è stata assunta, purificata e trasformata. Pensare a un ’ritorno’ come fonte di rinnovamento rischia di invertire il senso della tradizione, che è sempre dinamica e mai regressiva”.
In questo quadro, come leggere l’esperienza di comunità che vivono sinceramente la loro fede nella forma liturgica antica?
“Con rispetto ma anche con verità. Il rispetto riconosce il cammino concreto delle persone, la loro ricerca di Dio, la loro dedizione. La verità, però, chiede di non assolutizzare queste esperienze, né di trasformarle in criterio normativo. Il compito della Chiesa non è moltiplicare le eccezioni, ma accompagnare tutti verso una sempre più piena comunione. E la comunione non è solo affettiva o giuridica: è anche rituale, simbolica, visibile”.

Che cosa rischia la Chiesa, se non affronta con chiarezza questa questione?
“Rischia una frattura silenziosa ma profonda. Non necessariamente uno scisma formale, ma una progressiva divergenza di sensibilità, di linguaggi, di visioni ecclesiali. Quando la liturgia, che dovrebbe essere il luogo dell’unità, diventa invece il segno di appartenenze contrapposte, allora si incrina qualcosa di essenziale. La questione non è disciplinare, ma teologica: riguarda l’identità stessa della Chiesa”.
E quale potrebbe essere una via realmente fedele al Concilio oggi?
“Non una via di compromesso, ma di conversione. Di conversione dello sguardo. Occorre riscoprire la profondità della liturgia riformata, celebrarla con dignità, cura, intelligenza spirituale. Troppo spesso il disagio verso la riforma nasce da celebrazioni povere, improvvisate, poco simboliche. Ma la soluzione non è cambiare forma, bensì ritrovare verità. Il Concilio Vaticano II ha consegnato alla Chiesa una liturgia capace di parlare all’uomo contemporaneo senza perdere il senso del mistero. È lì che bisogna tornare. Certamente i vescovi devono vigilare nelle loro Chiese perché la liturgia non venga banalizzata”.
Proviamo un ragionamento paradossale. Se domani si liberalizzasse pienamente il messale di Papa Pio V nella forma del 1962, che cosa accadrebbe se un gruppo di fedeli chiedesse di celebrare con una forma ancora precedente?
“Il paradosso non è affatto marginale: è, in realtà, rivelatore. Se il criterio diventa quello della ‘legittimità per anteriorità’, allora non c’è più un punto teologico stabile. Perché fermarsi al 1962? Perché non al messale pre-tridentino? O ai riti locali medievali? O addirittura a forme ancora più antiche e meno strutturate? La logica della regressione, una volta avviata, non ha più un principio interno che la arresti. E questo mostra che il problema non è disciplinare, ma teologico: quale è il criterio che fonda l’unità della lex orandi della Chiesa?”.
Quindi il riferimento a una forma “più antica” non basta?
“Esattamente. L’antichità, da sola, non è un criterio teologico sufficiente. Altrimenti faremmo ‘archeologismo’ liturgico. La tradizione della Chiesa non è una stratificazione archeologica da cui ciascuno può scegliere il livello che preferisce. È piuttosto un processo vivente, in cui la Chiesa, guidata dallo Spirito, discerne nel tempo le forme più adeguate per esprimere la fede apostolica. Il Concilio di Trento stesso, che ha dato origine al messale poi codificato da Papa Pio V, non ha semplicemente ’conservato’ il passato: ha operato una riforma, scegliendo, unificando, semplificando. Dunque anche ciò che oggi viene percepito come ‘tradizionale’ è, in realtà, il frutto di un atto di discernimento storico. Certamente dal passato possiamo attingere tanto, possiamo imparare, ma non siamo chiamati a copiare pedissequamente”.
E questo vale anche per il Concilio Vaticano II?
“In modo ancora più evidente. Il Vaticano II si colloca nella stessa dinamica: non rompe con la tradizione, ma la assume criticamente e la rinnova. La riforma liturgica che ne è scaturita non è una delle tante possibilità, ma l’esito di un discernimento ecclesiale universale confermato dal magistero. Se si introducesse il principio che ogni forma precedente può essere riattivata su richiesta, si metterebbe implicitamente in discussione la capacità della Chiesa di prendere decisioni normative per la propria vita liturgica. Una ’liberalizzazione’ senza criterio teologico forte si trasforma inevitabilmente in frammentazione. Ognuno potrebbe rivendicare una forma diversa come più autentica, più pura, più fedele. Ma a quel punto, ciò che verrebbe meno è proprio la dimensione ecclesiale della liturgia. La liturgia non è proprietà di gruppi, neppure di gruppi devoti o coerenti: è atto della Chiesa una e universale. E questa universalità richiede una forma condivisa, riconosciuta, normata”.
Ma qualcuno potrebbe obiettare che questa pluralità esisteva anche nella Chiesa antica…
“È vero, ma va compresa correttamente. La pluralità antica non era il risultato di scelte individuali o identitarie, bensì di tradizioni locali cresciute organicamente in comunione tra loro. Non era una pluralità competitiva, né ideologica. Oggi, invece, il rischio è che la scelta di una forma liturgica diventi un segno di appartenenza ’di parte’, quasi una dichiarazione ecclesiologica implicita. Ed è proprio questo che il magistero recente ha cercato di evitare, ad esempio con Traditionis custodes di Papa Francesco”.
Se la “liberalizzazione” indiscriminata porta a una regressione senza criterio, quale potrebbe essere allora una soluzione realmente ecclesiale?
“La soluzione, ripeto, non sta né nel ritorno nostalgico, né nella semplice proibizione. Entrambe le strade, prese isolatamente, rischiano di restare superficiali. La vera via è più esigente: è una riforma della coscienza ecclesiale della liturgia. Occorre uscire dalla logica delle ‘forme contrapposte’ per ritrovare il principio generativo della liturgia stessa: essa è azione della Chiesa una, non spazio di autorealizzazione di gruppi. Questo significa che il punto decisivo non è quale rito preferisco, ma come la Chiesa oggi celebra il mistero di Cristo. Concretamente credo siano fondamentali tre passaggi. Il primo è riconoscere senza ambiguità la normatività della riforma liturgica scaturita dal Concilio Vaticano II. Non come scelta tra le altre, ma come forma attuale della tradizione. Senza questo riconoscimento, ogni tentativo di mediazione resta fragile. Il secondo è purificare la recezione della riforma. Molte tensioni nascono non dalla riforma in sé, ma dalla sua attuazione povera o banalizzata. Dove la liturgia riformata è celebrata senza senso del mistero, senza qualità simbolica, senza radicamento nella Parola, essa diventa irriconoscibile e allora qualcuno cerca altrove profondità. Il terzo è accompagnare pastoralmente le persone, senza trasformare le eccezioni in sistemi. La categoria decisiva non è la tolleranza, ma la comunione. Tollerare senza orientare produce frammentazione. Vietare senza accompagnare produce resistenza. La via ecclesiale è più esigente: custodire l’unità mentre si educa progressivamente a essa. Il nodo è comprendere che la liturgia non è un oggetto disponibile. Non è qualcosa che possiamo ’scegliere’ come si sceglie uno stile spirituale. È il luogo in cui la Chiesa si riceve da Cristo”.
E come rispondere a chi continua a percepire la riforma come una perdita?
“Qui serve un lavoro paziente e intelligente. Non si può liquidare questa percezione come semplice nostalgia. Spesso essa nasce da una reale sete di sacro, di silenzio, di trascendenza. Ma la risposta non è tornare indietro: è mostrare che la liturgia riformata, quando è celebrata nella sua verità, possiede tutta questa profondità e in più la restituisce al popolo di Dio nella sua interezza, non a una élite rituale”.
È possibile che la visione del Concilio Vaticano II si sia esaurita? Si ha l’impressione che molti presbiteri, pur non essendo tradizionalisti, siano ormai lontani dal suo fervore…
“Dire che si sia esaurita è, francamente, un errore di prospettiva. Un Concilio ecumenico non è una stagione che passa, ma un atto della Chiesa che continua a generare comprensione, prassi e conversione lungo i secoli. Semmai, ciò che può esaurirsi è l’entusiasmo di una generazione, oppure la capacità di tradurre quell’evento in forme vive e convincenti. Il problema, quindi, non è il Concilio Vaticano II ma la sua recezione. E qui bisogna essere onesti: la recezione è stata diseguale, talvolta superficiale, a tratti persino contraddittoria. In alcuni contesti il Concilio è stato ridotto a slogan senza una reale profondità teologica. In altri, è stato vissuto con sospetto, come una rottura da contenere”.
Questo spiega la perdita di fervore?
“In parte sì. Il fervore non nasce da un’idea, ma da una visione che coinvolge tutta la vita. Il Concilio ha proposto una visione altissima della Chiesa: popolo di Dio in cammino, corpo vivo, realtà sacramentale immersa nella storia. Se questa visione non viene continuamente nutrita, nella formazione, nella preghiera, nello studio, inevitabilmente si affievolisce. E al suo posto subentrano forme di routine: si fa ciò che si deve fare, ma senza una reale coscienza del mistero”.
Quindi siamo davanti a una crisi?
“Più che una crisi del Concilio, direi una crisi di assimilazione. Ogni grande evento ecclesiale richiede tempo per essere pienamente recepito. Il Concilio di Trento ha impiegato secoli per plasmare davvero la vita della Chiesa. Non c’è da stupirsi se il Vaticano II è ancora in fase di maturazione. Ma c’è un elemento nuovo: la rapidità dei cambiamenti culturali. Molti presbiteri si trovano a gestire comunità in trasformazione, con meno risorse e più complessità. In questo contesto, è facile che venga meno lo slancio visionario e si privilegi una gestione pragmatica”.
Come si può riaccendere questo slancio?
“Non attraverso nostalgie, né di un passato preconciliare, né dei presunti ‘anni d’oro’ immediatamente successivi al Concilio. Lo slancio autentico si riaccende tornando alle fonti. Questo significa rileggere i testi conciliari come parole ancora vive, capaci di illuminare e interpretare il presente. Significa, allo stesso tempo, formare presbiteri e comunità a una liturgia realmente vissuta e non semplicemente eseguita. È necessario investire con decisione nella formazione liturgica, assumerla come una vera priorità pastorale. I vescovi, in particolare, sono chiamati a sollecitare le loro Chiese a maturare uno sguardo autenticamente conciliare sulla liturgia. Eppure, si constata spesso che la formazione liturgica, laddove ancora esiste, viene ridotta a qualche lezioncina. E allora accade che, dove si affievolisce la luce di una solida formazione, riemergono le ombre: da un lato le nostalgie idealizzate di forme antiche, dall’altro derive opposte, fatte di celebrazioni improvvisate e talvolta ridotte a uno spettacolo poco rispettoso del mistero”.
Forse allora la questione è più semplice di quanto sembri: dobbiamo fidarci dei 2.500 padri conciliari che, pur vivendo e celebrando nella forma liturgica precedente, hanno riconosciuto la necessità di una riforma?
“Sì, e proprio qui si trova uno dei punti più decisivi e spesso trascurati. Quei padri del Concilio Vaticano II non erano ‘progressisti’ nel senso ideologico con cui oggi talvolta si etichetta la riforma. Erano uomini formati, nutriti e santificati proprio da quella liturgia che poi hanno ritenuto necessario riformare. E questo cambia radicalmente la prospettiva. Nel senso che la riforma non nasce da un rifiuto della tradizione, ma da una fedeltà più profonda ad essa. Se anche chi ha amato, vissuto e trasmesso quella forma liturgica ha percepito dei limiti pastorali, simbolici e partecipativi, significa che la questione non era ideologica, ma ecclesiale. Non si trattava di ‘“cambiare perché moderno’, ma di “riformare perché evangelico”.
Questo cambia anche il modo di guardare alle tensioni attuali?
“Molto. Perché spesso oggi si crea una contrapposizione artificiale: da una parte chi ’difende la tradizione’, dall’altra chi ‘segue il Concilio’. Ma è una falsa alternativa. Il Concilio Vaticano II è un atto della tradizione. Non qualcosa che le si oppone. Rifiutarne gli esiti liturgici in nome della tradizione significa, paradossalmente, indebolire proprio il principio della tradizione ecclesiale”.
Anche nella nostra Palermo, il cardinale Ernesto Ruffini, pur considerato tradizionalista, fu tra i primi a essere obbediente alla riforma…
“Il che ci consegna un’indicazione tanto semplice quanto decisiva, e per certi versi eloquentissima: la vera linea di demarcazione non passa tra ’tradizionalisti’ e ‘progressisti’ ma tra una visione ecclesiale autentica e una visione ideologica della Chiesa. Ruffini era profondamente radicato nella tradizione e proprio per questo fu capace di riconoscere l’autorità della Chiesa quando, attraverso il Concilio, indicò un cammino di riforma. Chi abita davvero la tradizione sa che essa non coincide con le sue forme storiche contingenti, ma con la vita viva della Chiesa che attraversa le epoche custodendo il Vangelo mentre ne rinnova l’espressione. In questa luce, Ruffini non rinnegò ciò che aveva ricevuto: seppe piuttosto riconoscere che quella medesima tradizione stava assumendo una forma nuova sotto la guida dello Spirito. Non è senza significato che egli si attivò concretamente per l’attuazione delle prime direttive conciliari: fece intervenire Virgilio Noè, cerimoniere pontificio, per incontrare i presbiteri palermitani e offrire indicazioni operative; promosse le prime forme di concelebrazione e l’adeguamento dell’altare rivolto al popolo. Certo, tutto era ancora in germe, segnato da una fase iniziale e sperimentale, ma già orientato con chiarezza. Ed è forse proprio questo il punto più istruttivo: la fedeltà alla tradizione non si misura nella resistenza al cambiamento, ma nella capacità di discernere, dentro il cambiamento, ciò che è opera dello Spirito e ciò che invece è semplice adattamento mondano”.
Che cosa manca oggi rispetto a quella stagione?
“Forse una più chiara coscienza del fatto che l’obbedienza ecclesiale non è un atto secondario, ma una dimensione costitutiva della fede. Non si tratta di obbedire in modo cieco o passivo, ma di riconoscere che la Chiesa non è una realtà che ciascuno interpreta privatamente. Quando un Concilio ecumenico indica una direzione, quella direzione chiede di essere accolta, non negoziata continuamente”.
Qualcuno sostiene che riflettere su questi temi liturgici sia inutile, soprattutto mentre il mondo è segnato da guerre e crisi. Che senso ha parlarne oggi?
“A prima vista sembra un’obiezione ragionevole. Davanti a guerre, ingiustizie, crisi umanitarie, parlare di liturgia può apparire secondario, quasi evasivo. Ma in realtà è vero il contrario: è proprio nei tempi drammatici che la liturgia rivela tutta la sua necessità. La liturgia non è un lusso per tempi tranquilli. È il luogo in cui la Chiesa impara a vedere il mondo con lo sguardo di Dio. La liturgia è la ‘fonte e il culmine’ della vita cristiana. Questo significa che da essa nasce anche il modo in cui i cristiani abitano il mondo, affrontano il dolore, costruiscono la pace. Se la liturgia si impoverisce, si impoverisce anche la coscienza cristiana. Nella liturgia la Chiesa non fugge dal mondo: lo porta davanti a Dio. Porta le ferite, le guerre, le vittime, le speranze. E le trasforma in preghiera, intercessione, offerta. Se questo gesto si indebolisce o si svuota, anche l’impegno nel mondo rischia di diventare attivismo senza radice. La liturgia non sostituisce l’azione, ma la genera e la purifica”.
Quindi non è una distrazione rispetto ai problemi reali?
“No, è il contrario: è ciò che impedisce di affrontarli in modo superficiale o disperato. Una Chiesa che non celebra bene finisce per parlare male, agire male, discernere male. Perché perde il contatto con la sorgente del suo agire, che è Cristo stesso”.
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