La vita rurale e quella dedicata al silenzio e alla preghiera che si snoda in un monastero: sembrano modi di vivere distanti dal nostro mondo, appartenenti a un tempo remoto. Il tempo dei nostri nonni, la cui quotidianità era scandita dai ritmi del cielo e della terra. Una vita semplice, quella dei nostri avi, in cui vedere nascere un agnellino poteva essere una cosa normale, in un’epoca in cui uomini e animali condividevano tempi e spazi.

Inizia proprio con la nascita di un agnellino il documentario “Agnus Dei”, di Massimiliano Camaiti, uscito nelle sale cinematografiche lo scorso mese di aprile, a un anno dalla morte di Papa Francesco. Non un agnellino qualsiasi, quello che vede la luce, ma uno dei due esemplari la cui lana sarà utilizzata per confezionare i palli destinati al Papa.

Già, perché “Agnus Dei” racconta proprio la tradizione, antichissima, che vede le monache benedettine del Monastero di Santa Cecilia in Trastevere, a Roma, allevare ogni anno due agnellini appena nati per realizzare, con la loro lana, i preziosi paramenti liturgici. La tradizione, risalente a più di cinquecento anni fa, prevede che gli agnelli siano benedetti in occasione della festa di Sant’Agnese, che cade il 21 gennaio. Gli agnelli sono presi in carico delle monache, che ne se ne prendono cura fino al momento della tosatura. Le religiose, poi, lavorano la lana, ricavata dagli animali, e realizzano il pallio del Papa nonché i palli che il Papa consegna il 29 giugno, festa dei Santi Pietro e Paolo, ai nuovi arcivescovi metropoliti. Proprio quest’anno, peraltro, Papa Leone XIV ha personalmente benedetto gli agnelli e poi, nel corso di una solenne celebrazione nella Basilica di San Pietro, ha consegnato le stole agli alti prelati, ripristinando così un’antica usanza per qualche anno interrotta. 

Il regista ha raccontato di avere scoperto per caso questa tradizione secolare. Mentre camminava davanti la Basilica di Santa Cecilia a Trastevere ha visto due agnelli ricoperti di fiori, festeggiati con entusiasmo dalle monache, prima di essere benedetti da un prete. E questa visione è stata per lui “una sorta di rivelazione”. Da lì è nata l’idea di seguire il viaggio dei due animali e, con loro, la vita delle monache, scandita dalla preghiera e dal lavoro quotidiano, in ossequio al motto “ora et labora” di San Benedetto da Norcia. 

“Agnus Dei” è un’opera delicata e allo stesso tempo potente, che consente allo spettatore di entrare nel silenzio del monastero, per scoprire la ricchezza di chi ha solo apparentemente rinunciato a “vivere”, per abbracciare una vita più densa. 

Il documentario ha già fatto incetta di premi. Presentato alla Biennale College Cinema, il documentario ha ottenuto il Premio Michel Mitrani, come migliore opera prima al Fipadoc di Biarritzha, oltre al premio come miglior documentario dell’anno, assegnata dall’Associazione Documentaristi Italiani.

Lunedì scorso, poi, l’opera è stata presentata anche al cinema “Rouge et Noir” di Palermo, alla presenza del regista, che ha dialogato con il pubblico insieme al distributore palermitano Dario Cangemi e al giornalista Ivan Scinardo.

“Il tema del sacrificio è al centro dell’opera come quello della maternità – ha detto il regista Massimiliano Camaiti, al termine della proiezione – Il sacrificio della pecora madre che deve rinunciare ai propri figli. Il sacrificio delle monache che rinunciano alla vita nel mondo”. 

Tra queste anche Suor Vincenza, entrata in monastero dopo la morte del marito e che ha rinuncia a seguire i propri figli e nipoti per dedicarsi totalmente a Dio. È lei, in particolare, a prendersi cura degli agnellini, esercitando quella maternità amorevole che li farà crescere e portare a compimento il compito loro assegnato.

Il regista mantiene uno sguardo laico sul mondo della fede. E laico è con molta probabilità anche l’approccio dei tanti che, come in occasione della proiezione palermitana, hanno applaudito l’opera. Tuttavia, al di là della bellezza stilistica dell’opera, immergersi nella vita di un monastero non può lasciare indifferenti neppure coloro che manifestano distacco rispetto alle cose dello spirito. Avvicinarsi a quel mondo, quasi sospeso, significa scoprire che, al di là della frenesia dei giorni, c’è chi ha scelto la “parte migliore” e vive una vita all’insegna della sobrietà e dell’autenticità. Significa avvicinarsi a chi ha dismesso gli abiti dell’apparenza e della superficialità per abbracciare la Verità.  

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Di Luca Insalaco

Luca Insalaco, Giornalista freelance, avvocato, mediatore civile e commerciale professionista. Membro dell’Unione Cattolica Stampa Italiana (UCSI), sezione di Palermo, referente gruppo di lavoro Ucsi nazionale cultura, direttore responsabile de “Il Sicomoro” (pubblicazione della parrocchia Spirito Santo di Palermo).