Un’alleanza per cogliere gli effetti positivi dell’innovazione digitale, evitando da un lato di demonizzarla e dall’altro di disumanizzare le relazioni, cedendo il passo a una realtà parallela. A proporla è Papa Leone XIV nel messaggio per la sessantesima giornata per le comunicazioni sociali che si celebrerà il prossimo 17 maggio, solennità dell’Ascensione.
Un messaggio reso noto, come da tradizione, nella memoria liturgica di san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, e ricco di spunti di riflessione di straordinaria attulità. A dispetto della sua millenaria storia, la Chiesa cattolica ha da subito colto la sfida posta dall’avvento dell’intelligenza artificiale, prima con Papa Francesco e ora con un pontefice che ha scelto il nome di “Leone” anche per la rivoluzione tecnologica in atto, tale da poter essere paragonata a quella industriale che spinse Leone XIII a scrivere la “Rerum novarum”.
Una sfida antropologica
Il pontefice americano parte da un dato antropologico: ogni persona ha un volto e una voce che sono tratti unici e distintivi, anzi sacri perché donati da Dio che ci ha creati a sua immagine e somiglianza. E del resto quella cristiana è la fede nel Verbo incarnato, nella Parola di Dio creatrice della Genesi che si fa carne, facendosi conoscere nel volto e nella voce di Gesù.
Una realtà che oggi deve fare i conti con una tecnologia capace di riprodurre alla perfezione voci e volti: perché se è vero, come scrive Papa Leone, che “non siamo una specie fatta di algoritmi biochimici”, è altrettanto vero che l’intelligenza artificiale riesce a simulare “sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e amicizia”.
Il rischio è un’interferenza non solo nel sistema dell’informazione, cosa che sarebbe già di per sé grave, ma perfino nel rapporto tra persone. Ecco perché il pontefice si spinge a definire la sfida non tanto tecnologica, quanto antropologica.
Il lato oscuro delle piattaforme
Il Papa non usa troppi giri di parole e nel messaggio entra nel vivo di questioni dirimenti e attuali. “Ci sono da tempo molteplici evidenze del fatto che algoritmi progettati per massimizzare il coinvolgimento sui social media – redditizio per le piattaforme – premiano emozioni rapide e penalizzano invece espressioni umane più bisognose di tempo come lo sforzo di comprendere e la riflessione. Chiudendo gruppi di persone in bolle di facile consenso e facile indignazione, questi algoritmi indeboliscono la capacità di ascolto e di pensiero critico e aumentano la polarizzazione sociale”.
Troppo spesso ci si affida all’intelligenza artificiale, nella pericolosa illusione che possa rappresentare una “amica onnisciente, dispensatrice di ogni informazione, archivio di ogni memoria, oracolo di ogni consiglio”. Il risultato può essere invece l’annientamento del pensiero critico, della capacità di “pensare in modo analitico e creativo, di comprendere i significati, di distinguere tra sintassi e semantica”.
Un rischio che si corre in tutti i campi: l’intelligenza artificiale oggi è in grado di creare testi, video e musiche che non solo mettono a rischio i posti di lavoro ma portano a fare delle persone “meri consumatori passivi di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza paternità, senza amore”, sacrificando l’immaginazione e i talenti.
Una tecnologia antropomorfizzata
Realtà fittizie, parallele fatte di “bot”, “chatbot” e influencer virtuali, un mondo di specchi dove ogni cosa è offerta per piacere sottraendoci all’incontro con l’altro, con chi è diverso da noi e col quale possiamo costruire vere relazioni.
“Questa antropomorfizzazione, che può risultare persino divertente, è allo stesso tempo ingannevole, soprattutto per le persone più vulnerabili. Perché i chatbot resi eccessivamente ‘affettuosi’, oltre che sempre presenti e disponibili, possono diventare architetti nascosti dei nostri stati emotivi e in questo modo invadere e occupare la sfera dell’intimità delle persone”.
Il rischio che il pontefice definisce “grande” è quello di ritrovarci in realtà fittizie, parallele generate secondo il modo di pensare di chi governa i sistemi dell’intelligenza artificiale, il che potrebbe voler dire imporre anche stereotipi e pregiudizi. E le conseguenze, dolorose e nefaste, possono colpire tanto il singolo quanto la società ledendone “il tessuto culturale e politico”.
“Dietro questa enorme forza invisibile che ci coinvolge tutti c’è solo una manciata di aziende – continua il messaggio – ovvero gli architetti dell’intelligenza artificiale. Ciò determina una preoccupazione importante riguardo al controllo oligopolistico dei sistemi algoritmici e di intelligenza artificiale in grado di orientare sottilmente i comportamenti, e persino riscrivere la storia umana – compresa la storia della Chiesa – spesso senza che ce ne si possa rendere realmente conto”.
La soluzione? Un’alleanza
La Chiesa però non chiama a crociate e battaglie ideologiche, scorge i pericoli di una possibile deriva e invita semmai a conoscere e collaborare, a stringere un’alleanza. “La sfida che ci aspetta non sta nel fermare l’innovazione digitale ma nel guidarla, nell’essere consapevoli del suo carattere ambivalente. Sta a ognuno di noi alzare la voce in difesa delle persone umane, affinché questi strumenti possano veramente essere da noi integrati come alleati”.
Un’alleanza da basare su tre pilastri: responsabilità, cooperazione e educazione. Responsabilità delle aziende perché siano oneste e trasparenti, senza avere come unico criterio il profitto, e dei governanti perché difendano i più deboli anche dalle fake news.
Cooperazione con il mondo accademico, i giornalisti, gli artisti, gli educatori per “costruire e rendere effettiva una cittadinanza digitale consapevole e responsabile” e infine l’educazione digitale, specie tra i più giovani o i più vulnerabili.
“È importante educare ed educarsi a usare l’IA in modo intenzionale, e in questo contesto proteggere la propria immagine (foto e audio), il proprio volto e la propria voce, per evitare che vengano utilizzati nella creazione di contenuti e comportamenti dannosi come frodi digitali, cyberbullismo, deepfake che violano la privacy e l’intimità delle persone senza il loro consenso”.
“Come la rivoluzione industriale richiedeva l’alfabetizzazione di base per permettere alle persone di reagire alla novità, così anche la rivoluzione digitale richiede un’alfabetizzazione digitale (insieme a una formazione umanistica e culturale) per comprendere come gli algoritmi modellano la nostra percezione della realtà, come funzionano i pregiudizi dell’IA, quali sono i meccanismi che stabiliscono la comparsa di determinati contenuti nei nostri flussi di informazioni (feed), quali sono e come possono cambiare presupposti e modelli economici dell’economia della IA”.
Per approfondire
Il messaggio del Papa per la LX giornata mondiale delle comunicazioni sociali
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