Nel suo corso su Gli scrittori politici italiani, Giuseppe Ferrari riconosce a san Tommaso d’Aquino (1225-1274) il primo posto, se non in ordine cronologico, in ordine di importanza nella serie degli scrittori italiani politici del nostro Paese.

L’uomo, infatti, secondo san Tommaso, di sua natura è portato alla società “animal sociale, politicum”, perché essendo razionale, tende naturalmente a unirsi agli altri, sia per l’autocoscienza individuale ad attuare il bene integrale, sia per la spinta interna a comunicare, a cooperare, persino a dare e a darsi, liberandosi così dal chiuso isolazionismo che potrebbe derivare dall’egoismo.

Non quindi, la scala: l’individuo per la società, la società per la persona, la persona per Dio; ma piuttosto le persone per il bene comune e non per la società, o per lo Stato concepito come persona fisica o come potere.

P. Giovanni Calcara O.P.

Per san Tommaso, il Bene Comune comprende tutti i “beni” che possono e devono essere messi a disposizione dei cittadini perché se ne servano per il loro benessere integrale. Lo Stato deve dunque svolgere una politica della cultura, della moralità, del rispetto e della tutela della fede religiosa, della scuola, della sanità, dell’assistenza, dell’ecologia e del paesaggio, del turismo, del gioco ecc. ecc. come è compresa nelle istituzioni giuridico-politiche moderne.

I beni della terra appartengono a tutto il genere umano, e sono a disposizione di tutti (cfr II-II, q. 66, a. 1). L’amministrazione dei beni posseduti non è necessariamente comune, anzi di norma la proprietà privata è necessaria per assicurare il buon uso e la buona distribuzione dei beni. Il fondamento del diritto alla proprietà privata è l’autonomia della persona, capace si provvedere razionalmente e liberamente all’amministrazione; capace anche di dis-pensare, cioè distribuire secondo un giusto criterio di ragione i beni. Perciò la proprietà privata è utile, se non necessaria, alla promozione personale e nello stesso tempo allo sviluppo economico sociale.

Il diritto alla proprietà non è però assoluto, ma relativo al diritto alla vita; non è primario, ma secondario e accessorio per rispetto alla legge naturale.

Tutto è subordinato alle esigenze del Bene Comune nelle relazioni sociali, e le leggi che impongono oneri ai cittadini per il Bene Comune, sono giuste e obbligano in coscienza. Così il denaro è fatto per circolare, per essere speso e impiegato, non per accantonato e bloccato secondo le tendenze dell’avarizia. E questa ordinazione e subordinazione al fine tocca il Bene Comune, il bene di tutti: “Quanto all’uso l’uomo non deve possedere i beni esteriori come propri, ma come comuni, in modo cioè di comunicarli con facilità nelle necessità altrui” (cfr II-II, q. 66, a. 2).

Vi è dunque nei beni una radicale tendenza ad essere a servizio di tutti; o meglio, tale tendenza è nell’uomo che li possiede e usa. L’uomo ne è proprietario nel senso di amministrazione, dispensatore, dato quel concetto della proprietà che, secondo san Tommaso, è “potestas procurandi ed dispensandi”, ossia procura e dispensa per delega dell’unico e vero possessore dei beni, Dio, e quindi è da esercitarsi secondo la sua volontà, che pone i beni a servizio di tutti: “Secondo l’ordine naturale fissato dalla provvidenza divina le cose inferiori sono destinate a provvedere alle necessità degli uomini. Perciò la divisione e l’appropriazione delle cose, avvenute legittimamente, non aboliscono il dovere di provvedere con il possesso privato ai bisogni degli uomini” (II-II, q. 66, a.7).

Il possesso privato o anche collettivo dei beni è dunque lecito solo se non impedisce che altri possano possederne e usarne, altrimenti è peccato. “Non è azione lecita che un ricco s’impadronisca per primo del possesso di una cosa che era comune, purché ne faccia godere anche gli altri; ma pecca se proibisce in modo indiscreto l’uso di quelle cose agli altri. Questo impedisce l’uso dei beni agli altri si può già considerare un furto. In questo senso, sì, la proprietà è un furto. (ib. a. 2, ad 2) o meglio, lo diventa.

Secondo la teoria tomista dell’impiego del superfluo, se è certo che il proprietario può tenere e usare liberamente i beni necessari a lui e alla sua famiglia, proporzionalmente alla condizione sociale in cui si trova, è altrettanto vero che ciò che va oltre il necessario, appunto il superfluo, deve essere impiegato in favore dei singoli (beneficenza) o alla società (funzione sociale della proprietà). E questo, si noti, non risponde solo a un’ispirazione della carità, ma anche ad un dovere di giustizia. “Il ricco è tenuto per debito legale (cioè per dovere di giustizia) a distribuire i suoi beni ai poveri o per il pericolo della necessità o per la superfluità dei propri avere” (II-II, q. 118, a. 4, ad 2).

S’impone quindi un limite all’avere, in base alla natura stessa del superfluo e al diritto naturale della destinazione universale dei beni: “Le cose inferiori sono ordinate a sovvenire alle necessità degli uomini… perciò le cose che alcuni hanno in sovrappiù, per diritto naturale sono destinate al mantenimento dei poveri” (II-II, q. 66, a. 7). Principio spinto da san Tommaso (e dagli altri moralisti cristiani) fino al punto di insegnare che, in caso di estrema necessità, uno può appropriarsi dell’altrui, in forza della prevalenza del diritto alla vita sul diritto alla proprietà: “in forza della necessità quello che uno prende per sostenere la propria vita diventa sua” (ib. ad 2).

Dai testi su questi punti è concepita la società “quasi un corpo solo”, san Tommaso è senza dubbio contro ogni forma di capitalismo (benessere e privilegi solo per alcuni) e contro il collettivismo (livellamento e soffocamento della libertà dell’uomo). La massima importanza al Bene Comune. Insomma, san Tommaso è per una politica seria, razionale, realistica, non asservita ad interessi e ideologie, ma concepita e attuata effettivamente a servizio dell’uomo.

L’estrema attualità di alcune considerazioni di san Tommaso, se tenute in considerazione, aiuterebbero ad evitare lacerazioni e contrapposizioni di qualunque genere; al contrario permetterebbe il dialogo con tutti (credenti e non credenti, atei devoti, agnostici ecc. ecc.) per recuperare l’armonia tra l’ordine della ragione e l’ordine della fede, unici valori dell’uomo e dell’umano.

Segui Porta di Servizio

Seguici sul nostro canale WhatsApp oppure qui t.me/porta_diservizio sul gruppo Telegram.