La Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia, ha ospitato il filosofo Massimo Cacciari per una conferenza dal titolo “Le parole che oggi tacciono: oblio del Vangelo e crisi epocale”. L’evento rientra nel ciclo culturale il Grande Codice: Riscritture delle Scritture promosso dalla Facoltà, in collaborazione con il Centro Studi Cammarata di San Cataldo. Introdotto dalla prof.ssa Maria Antonietta Spinosa, che ha offerto la chiave d’accesso a un tema tanto urgente quanto necessario, è proseguito con la lectio magistralis del filosofo Massimo Cacciari, la cui voce si distingue per la rara capacità di far vibrare insieme pensiero e inquietudine, filosofia e spiritualità, silenzio e parola.
Ci sono parole, ha detto il filosofo, che tacciono, che non dicono più, un tempo ardevano di significato, che sapevano aprire il cuore dell’uomo alla verità, e che oggi sembrano smarrite tra il frastuono del mondo. Parole dimenticate, silenziate, svuotate: tra esse, le parole del Vangelo, che per secoli hanno nutrito la coscienza dell’Occidente e che ora sembrano giacere sotto la polvere dell’abitudine o della distrazione. Parole come democrazia, giustizia, verità, si sono svuotate di senso, non ne abbiamo più cura, ci manca il tempo. Abbiamo perso la curiosità, non ci interroghiamo più sul senso della parola, sul suo significato ultimo, nessuna parola ci attrae. Il rischio è che non siamo noi a parlare, ma siamo parlati, la lingua diventa un mezzo con cui crediamo di comunicare. Le parole che tacciono stanno diventando tutte le parole.
È attorno a questa ferita, linguistica e spirituale, che Massimo Cacciari affronta, con rigore filosofico e sensibilità teologica, l’idea che viviamo in un tempo definito da lui «epocale» in cui molte delle parole-chiave del Vangelo sono silenziose, non più ascoltate come in epoche precedenti. La riflessione proposta dal filosofo Massimo Cacciari si annuncia come un cammino dentro la crisi del nostro tempo, una crisi che non è solo storica o culturale, ma profondamente spirituale. La constatazione è che la modernità (o la post-modernità) non è solo caratterizzata da secolarizzazione, ma da un vero e proprio “silenzio” delle parole che un tempo orientavano il senso dell’esistenza, della comunità, della trascendenza. Riascoltare il Vangelo, oggi, significa forse imparare di nuovo a parlare: a nominare la vita, il dolore, la speranza, la libertà, con quella sobrietà e quella verità che solo la parola abitata può restituire.
Quando le parole tacciono, infatti, il rischio non è soltanto quello del silenzio, ma dell’oblio: il venir meno della memoria viva che le abita. Il Vangelo, in questo senso, non è soltanto un testo dimenticato, ma una voce che attende di essere nuovamente udita, non come dottrina, ma come esperienza dell’essere.
Le “parole che tacciono” non sono solo quelle religiose-esplicite ma anche quelle che evocano giustizia, comunione, prossimità, prontezza ad accogliere. Quando queste parole non sono più operative nel discorso pubblico e nella prassi sociale, la comunità si indebolisce.
Se pensiamo al modo in cui sono state affrontate le ultime guerre, ai naufraghi lasciati affogare è evidente che le parole del Vangeli non hanno contato nulla. E allora forse il nostro compito, come dice il filosofo Cacciari, non è quello di cercare parole nuove, ma di ascoltare il silenzio che le nostre parole hanno dimenticato. Ricordare che oggi le parole sono povere, e che è il silenzio che conclude l’itinerario di ricerca.
La parola che tace oggi è l’Impossibile, noi oggi consacriamo la finitezza, non abbiamo che scopi possibili, non riusciamo a mirare all’Impossibile.
Solo nel silenzio l’Impossibile rivela la Verità, dobbiamo cambiare meta, intelletto, cuore e tornare ad ascoltare la Parola. Occorre Fare la Verità.
Foto di Adele Di Trapani
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